Arlon – Waterloo

Ovvero “Abbiamo novanta possibilità su cento”

Nella piazza principale di Arlon c’è un carro armato alleato, come un monumento. Nei boschi ondulati delle Ardenne si sente spesso il rombo degli aerei da caccia. E’ autunno e ad ogni folata di vento i soldati cadono a terra in una poesia di pioggia gialla. Da una parte schieramenti di immensi abeti, dall’altra l’ordinata pattuglia di pini, nelle retrovie un intrico indisciplinato di faggi e querce. Si scrutano nella nebbia in attesa degli ordini e i colori del sottobosco sono quelli delle loro divise. Le armate tedesche e francesi si massacrano per giorni a sud di Neufchateau nell’agosto del 1914. I panzer nazisti sferrano una controffensiva: le impronte dei cingolati sulla neve sporca, il rumore della legna che si schianta e il fumo delle sigarette nella notte invernale, sigarette americane che punteggiano le finestre dei villaggi. Nei paesini grigi di ardesia gli adolescenti studiano la guerra sui cellulari. Giovani che si lanciano l’uno verso l’altro alla fine del ‘700, la Guerra della Prima Coalizione, la battaglia di Fleurus fa indietreggiare i plotoni oltre la Sambre, a sud di Namur e della sua possente fortificazione. Passi che si accavallano a quelli di mille altri scarponi, di tutte le epoche. Andando avanti nelle sterminate foreste si percorrono strade che furono delle truppe. Il nostro passo è identico al loro, non possiamo non calpestare le stesse traiettorie. Ogni sentiero qui, prima che degli escursionisti, è stato dei soldati, perché l’Europa ha combattuto per millenni e fino a due minuti fa. Meglio di qui per ritrovare se stessi non c’è. Si può camminare sui 100.000 morti che ci sono stati in un solo mese, nel dicembre del ’44. Il terreno è morbido, si procede bene sul muschio o sui sentieri erbosi. I cavalli nell’erba, seduti come lo sono spesso i cani, stanno in pace, ma uno di loro salta il recinto e si lancia al galoppo contro le Giubbe Rosse, mentre il cavaliere disarcionato si dimena nel filo spinato. Apro e chiudo con molta attenzione la recinzione elettrica, anche perché un allevatore mi punta con lo sguardo. Le mitragliatrici furono l’asso nella manica delle truppe nemiche, l’elan francese non potè nulla. Ma l’ordine delle falangi era quello di avanzare e noi dobbiamo passare quel bosco, nonostante gli spari. Ai bordi delle strade decine di pic-up, un gruppo di cacciatori avanza con una dozzina di cani al guinzaglio. Tra loro anche una donna, che imbraccia un corno di ottone per il richiamo. Amo e mi spaventa il mio amore per il suono tribale dei tamburi. I Celti dell’Arduenna Silva sono i più combattivi tra tutti i barbari, eppure può accadere in qualsiasi momento che questo fronte tenuto insieme artificiosamente crolli improvvisamente con un enorme frastuono. Dobbiamo solo arrivare a Rochefort, nonostante la pioggia. C’è quel ponte di legno su La Lomme e il pannello informativo con la leggenda di Marie: trasformata in cavallo e decapitata dagli abitanti di Smuid e Mirwart, per una volta uniti contro la strega. Impronte di daino nel fango, di cervo, di cinghiale, di bici, di macchina, di uomo, di cane. Com’è commovente camminare d’autunno, con la quiete dei colori che si riflette nelle strade e negli umori, come un dolce malessere dopo un addio. Vorrei che non finisse. Possibile che arriverà di nuovo la pioggia? E questo silenzio cos’è? In questo modo si preannuncia la tempesta? Camminare assomiglia al pensare, intimo e assoluto. Un manipolo di pensieri ci piomba addosso dappertutto, si radunano in coro nella notte velata accerchiandoci, e infine cantano nella propria lingua sconosciuta. Ci sarebbe da cucire le ferite della Storia coi passi, ma siamo solo in tre. Abbiamo novanta possibilità su cento di vincere, disse Napoleone la mattina del 18 giugno 1815, a Waterloo.

Arlon – Waterloo

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