Castel dell’Aquila – Santa Restituta

Piacevole passeggiata di due-tre ore che unisce due splendidi borghi umbri attraverso un sentiero tra boschi di querce, passando tra lievi pendii montuosi. Interessante notare come il dedalo di sentieri permetta vari altri percorsi da fare, verso Frattuccia, Collicello, Macchie o Amelia. In alcuni punti si snodano addirittura sei sentieri che danno l’idea di una estrema percorribilità a piedi del territorio.

Questo percorso inizia da Piazza Indipendenza di Castel dell’Aquila, dove si trovano le poste e una piccola chiesetta. Subito dopo l’ufficio postale, con la chiesetta alle spalle, si trova un arco antico che va imboccato. Oltrepassato l’arco, con Frattuccia ben visibile davanti a noi, si svolta a destra costeggiando le mura e superando il monumento ai caduti a sinistra e un parco giochi a destra. Proseguendo dritti in discesa, con le scuole alla nostra destra, svoltiamo la prima a sinistra che è Via Don Vincenzo Luchetti, una strada asfaltata che ci proietta con la vista alle montagne che andremo ad attraversare. Poco prima del cartello che indica la fine del comune di Castel dell’Aquila, svoltare a sinistra per una via in leggera salita. Continuando sempre dritti e oltrepassando un ponticello di cemento, che ne ricalca uno più antico di pietra, si giungerà all’interno di un piccolo agglomerato abitativo, alla fine del quale la strada asfaltata diventa sterrata. Proseguendo quindi su questa strada, con Frattuccia ora alla nostra sinistra, incontreremo due deviazioni a destra da non prendere in considerazione, si procede dritti per la strada più larga. Si giunge così ad un altro bivio più evidente e mantenendo la sinistra si arriverà ad un piccolo guado, praticabile anche nelle stagioni avverse. Subito dopo il guado troviamo un incrocio di strade, prendiamo a destra e dopo soli 20m in prossimità di un secondo bivio svoltiamo a sinistra (direzione della bussola 230°). Entrati nel bosco, dopo appena 200m, svolteremo per un bivio a destra in salita. Questo sentiero incrocerà diverse possibili deviazioni ma noi dovremo mantenerci su quello principale in salita per almeno 2,5Km.

Si arriva così ad un incrocio con un cartello con la scritta “Appostamento Fisso al Colombaccio” e qui giriamo a sinistra (direzione della bussola 250°). Si proseguirà ora sempre in salita e sempre lungo il sentiero più evidente all’interno della riserva di caccia fino ad intersecare un’ampia strada bianca che fa parte di un incrocio di 6 vie: quella da cui veniamo, un sentierino subito sulla sinistra, un altro sentiero che si butta tra le boscaglie, la strada bianca a sinistra e a destra e un altro piccolo sentiero sulla destra. Prenderemo la strada bianca in salita alla nostra destra che, andando avanti nel percorso, ci mostrerà a sinistra una splendida vista panoramica su Macchie ,frazione di Amelia, e la stessa Amelia col Soratte in lontananza. Arriveremo così ad un altro crocicchio di strade con un’area attrezzata per pic-nic  e barbeque, qui imboccheremo la strada in discesa a destra con l’indicazione, un po’ malridotta, per Santa Restituta. Dopo circa 500m arrivati ad un nuovo bivio opteremo per la strada in piano a sinistra; si giungerà così, dopo circa 800m, ad un altro bivio al quale dovremo andare a destra in discesa. Camminando su questo sentiero, all’interno di un castagneto, ci troveremo ad uno spiazzo con uno stagno dal quale imboccheremo un piccolo sentiero a sinistra che a zig zag scende verso Santa Restituta già visibile attraverso le querce in lontananza. Al bivio successivo svoltare a destra, dopo 20m proseguire sempre a destra in prossimità di un cancello di legno. Incontriamo, quando compare la strada asfaltata, un bivio a T che imboccheremo a destra e alla strada asfaltata andremo a sinistra. Proseguendo per poche centinaia di metri giungeremo alla chiesa di Santa Restituta che si trova alla sommità del graziosissimo borgo di Santa Restituta.

Petacciato – Portocannone

Ieri sera ho dormito in un affittacamere a Petacciato.  Il proprietario del B&B aveva ospiti, e si parlava di pastori.   Lui è un geometra e ricorda ancora i tratti di campagna che il nonno metteva a disposizione dei transumanti come aree di sosta. I pastori pagavano con formaggio e denari, intanto le pecore fertilizzavano i campi con i loro escrementi. Una joint-venture tra agricoltura e pastorizia. Altro discorso per i riposi invernali del tavoliere delle puglie; al tempo lo stanziamento invernale di milioni di capi impediva qualsiasi coltura in quello che oggi è il granaio d’Italia. La mia transumanza oggi mi condurrà a Portocannone, gambe permettendo.

Esco di buon mattino. Seguo una mappa artigianale, regalo del geometra-affittacamere. Pochi schizzi, tracciati da un  professionista, inchiodano su un A 4 il pezzo di tratturo che collega Petacciato a San Giacomo degli Schiavoni. La confronto con una carta turistico-stradale del Molise, in scala 1:175000 trovata nel salone-sala colazioni del B&B. In giallo le autostrade, rosse le statali,  arancioni le provinciali. Due file tratteggiate di bianco, fantasmatiche, fanno riemergere i tratturi dalla terra sovrapponendoli alle moderne vie di comunicazione. Quest’ultime avanzano nervose dimenandosi  in svolte e tornanti, arrancano elicoidalmente spaventate da una collina o da un torrente. Solo l’autostrada ricorda l’incedere prospettico  e solenne dei tratturi. La mitica statale 17 scende dritta da Pettoranello del Molise sino a Sepino, appiattendosi sul tratturo Pescasseroli- Candela che è sotto di lei. La stessa però impazzisce di curve tra Isernia e Rionero Sannitico mentre l’altro abbozza appena una rotondità all’altezza di Acquaviva disegnando un  semicerchio di due chilometri di diametro. L’assessorato al turismo della Regione Molise firma questa  carta geografica dimostrando di credere nel richiamo turistico delle vie dei pastori.

Attraverso il paese nel suo corso principale, lambisco la piccola zona industriale e mi ritrovo in apertissima campagna. Non c’è  traccia della  grande rotatoria con annesso benzinaio disegnata dalla matita del geometra. Il percorso da lui indicato ricalca esattamente quello della sp112 e la Regione Molise conferma. Non intendo però cominciare la giornata con sei chilometri di tubi di scarico e poi ormai sono su una via più interna, di campagnola dolcezza. Ritroverò il tratturo nell’incrocio con la sp113.

Il paese si allontana alle mie spalle. La strada è in leggera discesa, invitante. Colline intere di terra rotta e rivoltata. L’aratro ha  pettinato questi crinali con segni evidenti come linee di Nazca. Un manipolo di ulivi in lunga fila si compatta resistendo all’assedio delle semine, cominciano appezzamenti di girasoli.  Il tempo della loro danza solare è finito, ora  rivolgono  la spoglia  corolla verso il basso,   sfiniti da tutto il caldo dell’estate. In lontananza  un cane abbaia. Dove le colline si incontrano e la terra cozza contro la terra, piccoli corsi d’acqua raccolti tra una vegetazione d’arbusti. Un tronco d’argento, secco e solo in un campo,  arringa una folla di girasoli chini come oranti e fermi in fila a due metri da lui, sembra un albero di Penone. Ogni tanto un vigneto si dona al sole, tra poco poi sarà la vendemmia, altro rito popolare settembrino. Costeggio una fattoria con più animali di un centro per la zootecnia; conigli, galline, tacchini  e sotto una tettoia di lamiera uno struzzo. Tutti rumoreggiano in un caleidoscopio di vecchi attrezzi arrugginiti, tubi e guttaperche. Una pecora mi rivolge il suo saluto belante. La salita sul crinale di fronte è un’ascesa metafisica, mi inerpico tra  colli d’argilla  incisi come cretti di Burri. Sull’orizzonte che separa terra e cielo un dendritico tronco completamente annerito. Avanzo ancora per un paio di chilometri di buon passo. D’un tratto grossi teli verdi coperti da neri pneumatici imbacuccano un intero poggio. Si annuncia così la discarica del Comune di Guglionesi…..e San Giacomo? Sono più a sud del previsto. Incrocio una statale e la seguo verso l’interno. La visione di un nutrito gregge non mi rasserena dal dubbio. Un uomo coglie pomodori. “Sei troppo avanti, sei quasi a Guglionesi” e si accende una sigaretta. Le sue indicazioni mi fanno tornare indietro di duecento metri e imboccare sulla destra un viottolo polveroso. Stando alle sue parole  dovrebbe portarmi tra i due paesi esattamente sopra il  tratturo che sfiora San Giacomo senza attraversarlo. Riemergo, dopo quattro chilometri di dune e un panzerotto mangiato in fretta, in prossimità di un grosso casale verde smeraldo. Dall’interno suoni di batteria con  qualcuno che  cerca il ritmo, come faccio io con le mie racchette. Non ne potrei più fare a meno. Attivano tutto il corpo al camminare,  il loro ticchettio sul terreno è un mantra sciamanico, si accorda con la respirazione e il battito cardiaco, incornicia il pensiero e libera lo sguardo. Ci siamo, vedo i due paesi sui loro cucuzzoli perfettamente equidistanti. Sulla mia sinistra un’insegna marrone segnala l’inizio del tratturo. E’ un piccolo tratto di tre chilometri e mezzo. Non c’è niente ormai del grande fiume d’erba che fu. Qui il tratturo si fa ruscello, la sua larghezza non supera i cinque metri. Il fondo è di ghiaia, ciottoli e pietrisco, anche la mia andatura si fa più snella, torrentizia.

Trotterello in discesa felice di aver ritrovato la via. Un aereo crinale mi permette una visuale finalmente ampia a comprendere meglio geografia e possibilità residue. Siamo a metà pomeriggio, devo decidere dove “accamparmi” per la notte.

Grossi camion  ruggiscono dentro una collina sbancata. La polvere che sollevano imbianca le colture intorno come nevischio. Stanno allestendo una discarica per lo  smaltimento dei rifiuti della produzione di zucchero da barbabietole.  Un cartello turistico della rete tratturale è divelto e  bruciato, rimane  però leggibile la targhetta celeste con le dodici stelle della comunità europea. Non sarebbero contenti a Bruxelles se sapessero come gli italiani vegliano sui fondi europei di sviluppo regionale.  Cumuli di rifiuti si affastellano ai lati del sentiero. Chiedo lumi ad alcuni operai che  si consultano tra loro. Il più esperto dei luoghi, con sufficienza, mi dice che c’è molto ancora per Porto Cannone, “vedi, quello è Guglionesi” e indica il paese sul crinale di fronte che  invece è San Martino in Pensilis. Portocannone poi non è lontanissimo ma è raggiungibile solo immolandosi per quattro chilometri sulla statale 647 “Fondo Valle del Biferno” e risalire poi sul suo cucuzzolo.

Scelgo il martirio, quattro chilometri su asfalto rovente accarezzato da automobili lanciate a folle corsa verso il litorale. Tengo il ritmo alto per affrettare il supplizio, come  Pantani sul Mortirolo. La corsia d’emergenza fortunatamente è ampia. Mi concentro sulle spinte, dalla caviglia sino al polso tutto il corpo  lavora a cercare l’efficienza del gesto. Il sudore si raggruma sulla fronte incanalandosi copioso lungo la dorsale del naso e goccia dopo goccia stillicidia sulla maglietta ormai fradicia.  Sfioro i sei chilometri orari. Non mi distrae nemmeno l’immondizia accumulata sul ciglio della strada.  Da quando sono partito ogni carrozzabile si snoda tra due ali di pattume ammassati nelle cunette, sui rovi, addosso ai guard-rail.  Un corteo ininterrotto di vecchi giornali, buste di plastica, bottiglie  e stracci. Discariche che si sviluppano in lunghezza e che propongono un’ampia serie di vantaggi al cittadino. Non si vedono sfrecciando ai cento all’ora, sono aperte a tutti e sono manna per  randagi e per insetti onnivori.  Il massacro termina con una secca svolta verso destra. Scavalco la Strada Statale 87 Sannitica e trovo un nugolo di frecce blu : Termoli cinque chilometri,  Portocannone due,  Foggia ottantacinque. Miasmi fetidi si alzano da un fabbricato poco distante. Una selva di tubi pesca acqua da un laghetto circondato da pini silvestri. Le serpentine si fondono in tre colonne nere,   alte sopra gli alberi, che scaricano il loro contenuto in un inghiottitoio color ruggine. Il puzzo è insopportabile. Un esalazione composita, mortifera, che mischia crostacei in putrefazione, acidi gastrici e pannocchie carbonizzate, è questa l’esalazione tipica di uno  zuccherificio da barbabietole.

Comincia la salita per Portocannone. La strada è ampia ma non passa nessuno. Il dislivello consente una bella vista sulla valle del Biferno. Alle spalle del fiume i monti del Matese, qui sotto invece  complessi industriali in serie accompagnano il corso d’acqua  in Adriatico. Prendo il paese alle spalle. La prima impressione non è buona. Palazzine sciatte e maltenute, nessuno in giro. Trovo un B&B nella parte nuova del paese. Le scale d’ingresso assemblate con materiali di risulta, la facciata dello stabile sbrecciata e cadente.

Nonostante i ventisei chilometri percorsi ho voglia di fare quattro passi in centro. Grossi attrezzi agricoli ingombrano le strade. Mi infilo nella parte vecchia attraversando un arco alle spalle del bel palazzo “Cini”, oggi “Tanasso” e passeggio curioso tra i vicoli. L’insegna della biblioteca è in doppia denominazione. Entro chiedendo spiegazioni e ne esco con tre libri sotto il braccio.

Portocannone è un paese arbëreshë. Nel 1461 cioè quattordici anni dopo l’istituzione della regia dogana delle pecore, Ferdinando d’Aragona, sempre lui, dona a Giorgio Castriota, detto lo Scanderbeg, alcuni feudi in Capitanata. Il condottiero albanese aveva aiutato gli Spagnoli contro le rinnovate fazioni angioine guadagnando per sé e per i suoi connazionali, nel frattempo minacciati in patria dai Turchi, una nuova terra promessa. In realtà gli Albanesi occuparono molti paesi e luoghi distrutti dal feroce terremoto dell’undici dicembre del 1456, rilanciando così l’economia locale. Con la fatica e il lavoro  si trasformano da mercenari a contadini, affrancandosi  da una  condizione di bifolchi affamati e pretendendo libertà e diritti, non ultimi quelli religiosi. Il clero latino, in un primo momento accondiscendente e partecipe della sofferenza della diaspora albanese, comincia ad avversarli. Nel 1549 vengono scacciati da Larino mentre Ururi, oggi considerata la capitale di questa enclave d’oriente,  è data alle fiamme. Nel 1561 il vescovo Balduino, di ritorno dal concilio di Trento, dichiara guerra al rito greco-ortodosso che verrà definitivamente abbandonato dagli Albanesi all’inizio del diciottesimo secolo.

I discendenti di quei profughi parlano oggi un albanese arcaico, dialettale, intorno al quale costruiscono un senso di appartenenza atavico e tribale. Usano per salutarsi un’espressione tradizionale di rara potenza “gjaku shprjshur”, sangue nostro disperso.

Capisco adesso perché al bar dello sport, in piazza, faticavo a capire le parole degli avventori. Mi affretto al ristorante. Stasera l’Italia gioca per le qualificazioni ai mondiali sudafricani. Nessuno in strada e dalle finestre aperte  si levano alte le parole che uniscono tutti… “ che schiava di Roma iddio la creò..”.

Bomarzo – Piramide di Bomarzo

Da qualche anno a questa parte, da quando è stata scoperta e totalmente ripulita da un appassionato locale, è scoppiata “lapiramidedibomarzomania”. Ogni fine settimana, e non solo, frotte di escursionisti, in gruppo o solitari, vanno praticamente in pellegrinaggio a vedere il curioso manufatto, di cui si ignorano le origini e l’originaria funzione, benché venga chiamata Piramide Etrusca pur non essendo propriamente una piramide e, forse, essendo di epoca precedente (ma, di fatto, non si può nemmeno escludere che sia successiva al periodo etrusco).
Nonostante questo, mi sono accorto che, girando – non troppo approfonditamente, a onor del vero – su internet e a parte una pubblicazione locale, non esistono (chiare) descrizioni dell’itinerario da percorrere per raggiungerla agevolmente, e tutti quelli che ci sono arrivati lo hanno fatto praticamente grazie al passaparola, modalità che si è mostrata la più valida fino ad ora anche perché, a partire dallo stesso scopritore, non è ben chiaro se localmente ci sia intenzione di valorizzare più di tanto la scoperta. C’è da dire, comunque, che negli ultimi tempi, qualcuno si è speso per una minima segnatura del sentiero che la raggiunge dal paese, nella sua parte più nascosta.

Trovandosi relativamente dalle mie parti, mi è stato chiesto di accompagnarci dei gruppi, pertanto non ho potuto fare a meno di andare anche io a dare un’occhiata, prima da solo e poi quindi in gruppo per lavoro, e incontrando così ogni singola volta qualcuno che, vagando nei boschi lì intorno alla ricerca della medesima, aveva bisogno e di indicazioni per arrivarci.
Riporto dunque qui la descrizione dell’itinerario più breve, quella che la raggiunge “da sopra” (è possibile arrivarci anche dalla frazione Mugnano, “da sotto”), nel tentativo di essere più chiaro possibile, anche se, per esperienza, ho ben presente che “la mappa non è il territorio” e che, quindi, quello che è chiaro e palese per me, non è detto che lo sia anche per chi legge.

Il percorso

Dunque: dal centro di Bomarzo, si prende la via d’uscita dal paese in direzione di Orte/Soriano/Viterbo e, poco prima di uscire definitivamente dal centro abitato, si imbocca a sinistra Via del Fossatello, che è la via che conduce al cimitero del paese (eventualmente chiedere a uno dei locali: anche la vecchina di turno sa dove si trova il cimitero del paese, mentre, magari, la piramide no). Parcheggiare l’auto appena possibile, al limite proprio al cimitero, che si raggiunge con una breve deviazione sulla sinistra. Si prosegue a piedi su Via del Fossatello, si ignora Via Cupa a destra, e ci si inoltra, ora non più su asfalto, nella campagna intorno al paese, su quella che era senza dubbio una antica via di comunicazione (per raggiungere la piramide?), come dimostrano i particolari muretti a secco “a lastroni verticali” che si vedono ai lati della strada, e che oggi è parte del sentiero (vedi segnaletica verticale) di lunga percorrenza Vulci-Calcata, che credo mai nessuno abbia percorso, men che mai il geometra della Provincia che lo avrà – letteralmente – inventato sulla carta.
La strada attraversa oliveti, a destra, e, a sinistra, presenta ampi affacci panoramici sulla sottostante Valle del Tevere, rispetto alla quale si riconoscono, da destra verso sinistra, i borghi di: Penna in Teverina, Giove, Porchiano del Monte (in alto), Attigliano (in basso), Mugnano (in basso e più vicino), Lugnano in Teverina, Alviano, Guardea, Montecchio e, in lontananza, Civitella del Lago.
Si prosegue ignorando tutte le diramazioni (e seguendo i segnavia del sentiero Vulci-Calcata). Dopo una netta curva a sinistra di quasi 90° in leggera discesa, si incontra un bivio. Qui si imbocca a destra, in leggera salita e, dopo un centinaio di metri, ci si ricongiunge perpendicolarmente con un’altra sterrata, che si attraversa totalmente ignorandone l’asse principale, per entrare nella boscaglia attraverso un abbastanza evidente tracciolino di sentiero, che, al momento in cui scrivo (novembre 2014), è anche segnato con segnavia bianco-rossi su un paio di alberi sulla destra e con una piccola freccia scura fissata a una pianta, in basso a sinistra.
Si segue la traccia che zig-zaga tra gli alberi; si supera una lapide dedicata a Musetto (ho sentito dire che si trattasse di un cavallo, ma non ci posso giurare, ovviamente) e si comincia a scendere, prima lievemente poi, più avanti, sempre più nettamente, tra i massi vulcanici che costituiscono il terreno della zona (questo è il punto meno agevole dell’itinerario, abbastanza impegnativo per chi non ha “piede fermo”, soprattutto dopo pioggia o nel periodo autunnale, a causa dell’umidità che rende molto scivolosi i sassi).
Prima della parte più ripida, una diramazione a sinistra, porta sul ciglio della rupe (attenzione!), in posizione molto panoramica ed esposta (attenzione!!) sulla valle del Fosso Castello, praticamente proprio sopra la piramide (che però da qui non si vede. Ma si possono già sentire le voci di chi è nei suoi paraggi, molto vicino in linea d’aria da qui).
Ritornati sulla traccia principale (se si è fatta la deviazione panoramica di cui sopra), si continua a scendere – ora nel tratto più ripido di cui sopra – e, in breve, si incontra una ulteriore diramazione a sinistra che, in pochi passi, porta al cospetto di una antica abitazione rupestre, completamente e precisamente scavata nella roccia. Dopo essere entrati in questo loft di qualche secolo fa, tornati di nuovo sulla traccia principale, si superano gli ultimi gradoni di roccia e si segue il sentiero, che piega a sinistra e che, in continua – ora leggera – discesa raggiunge, da dietro, lo slargo in cui si erge il manufatto, la cui scalinata ci appare una volta aggiratolo sulla sua sinistra.

Beh, ora che ci siete arrivati (mi auguro!), forse concorderete con me che si respira, tutto sommato, un’aria per niente eccezionale, nonostante diversi – li ho visti coi miei occhi – si rechino lì apposta per “carpire le energie” di questo imponente masso scolpito, con anche buffi atteggiamenti e pratiche discutibili, in ogni caso frutto di approcci limitati, propri di Insegnamenti Provvisori.
Sinceramente, a me da la sensazione di qualcosa che abbia fatto il suo tempo e che, nonostante la notevole dimensione e la simmetria costruttiva della struttura, non è detto che abbia svolto una funzione poi così fondamentale come oggi ce lo raccontiamo nel tentativo di riesumare dal passato particolari significati e valori di un modo di vivere che fu, che non riusciamo a far emergere dalla nostra esistenza attuale.
La cosa sicuramente interessante, dal punto di vista costruttivo, è che è perfettamente orientata sull’asse nord-sud (la scalinata sale verso nord) a differenza degli altri massi particolari – i cosiddetti Sassi del Predicatore – presenti sempre nella zona di Bomarzo (ma dall’altro lato, nell’area della Riserva Naturale di Monte Casoli), testimoni ulteriori della presenza di diverse zone sacre/cultuali (?) di una antica comunità molto attiva da queste parti, che personalmente trovo più intriganti, non foss’altro per il contesto (noccioleti e campi coltivati) in cui oggi si ergono, e che sono invece orientati verso punti apparentemente, e sottolineo l’apparentemente, “secondari”: uno a nord-est e l’altro a nord-ovest.

Ad ogni modo, ne riporto anche una foto.
Mi è stata scattata sulla piramide, da Costantino Pellegrini, domenica 23 novembre 2014, quando vi ho portato il gruppo escursionistico della Polisportiva di Castelgiorgio (TR), di cui era uno dei membri, che ringrazio per aver acconsentito alla pubblicazione della stessa e, prima ancora, per le altre che mi ha scattato, mentre ero all’opera, cosa piuttosto rara.

Camposanto – Palata Pepoli

Escursione breve, prevalentemente sull’argine destro del fiume Panaro, panoramico sulla pianura circostante. Siamo a cavallo tra le province di Modena e Bologna. Dall’estate 2014 sono in corso dei lavori per una ciclabile in ghiaia battuta, per cui l’argine sarà facilmente percorribile senza timore dell’erba alta. Qui in pianura le estati sono calde ed afose e gli inverni nebbiosi, per cui si consiglia la passeggiata in primavera o in settembre-ottobre.

Il percorso

Partiamo dalla nuova stazione ferroviaria di Camposanto, o meglio sarebbe dire da sotto la stazione, perché la ferrovia, la tratta Bologna-Verona, arriva direttamente dal ponte sul fiume Panaro, e non avendo lo spazio ed il tempo di scendere, è rimasta lassù, e la stazione è stata appoggiata su dei grandi pilastri metallici alti molti metri sopra la nostra testa, dipinti con dei grandi graffiti. Con la costruzione della nuova linea ferroviaria hanno demolito la vecchia stazione, sopra l’argine, la pizzeria “Da Ferruccio”, ottime pizze alte alla napoletana, ed il ponte della vecchia ferrovia sopra la provinciale. Tutto questo ben prima del terremoto del 2012, che ha comportato ben altre demolizioni in paese. Proprio un camposanto di edifici, viene da pensare!

La stazione di Camposanto è secondaria, tanto che vi fermano solo i treni da e per Poggio Rusco. Gli altri da e per Verona o il Brennero o Bolzano sfrecciano senza sosta.

Attraversiamo la strada e saliamo sull’argine, percorso da piste ciclabili. A fianco al nuovo ponte ferroviario è ancora presente il vecchio ponte ferroviario senza più rotaie, ma ne è vietato il transito anche a piedi, perciò ci dirigiamo verso il paese ed il ponte sul fiume, e passiamo sull’argine destro secondo la corrente. Dopo breve reincontreremo i due ponti ferroviari, il nuovo e quello dismesso.

Dall’alto dell’argine ai nostri sguardi si apre una campagna tagliata in parte da grandi filari di olmi e pioppi, che rimandano un poco al paesaggio delle viti maritate alle alberate, che dividevano i campi fino al boom industriale, ai trattori, alla monocultura.

Casa di campagna inagibile dal terremoto e dall’abbandono. E subito dopo il paesaggio comune della campagna della pianura da queste parti: grandi distese senza alberi, alternate a grandi distese di alberi da frutto.

Caselle, frazione del comune di Crevalcore, lambisce l’argine con il vociare di ragazzini cinesi ed arabi che si rincorrono, e pensionati al circolo a giocare a briscola.

Lo sguardo si infila lungo una striscia di noci che bordeggia la stradina che porta a Caselle.

Ogni tanto rischio di inciampare nei rovi, che invadono la sommità dell’argine, mentre il pendio interno è colonizzato dalla cannuccia di palude, dal falso indaco, la vitalba, ed il Sycios angulatus. Ma non daranno fastidio quando la ciclabile sull’argine, che per ora è in via di costruzione a partire da poco oltre caselle, verrà terminata.

Incontriamo in ordine Casoni sopra e Casoni sotto, luoghi appartati nella campagna annebbiata, ghetti rurali di cinesi, nordafricani, indiani, panni stesi e minimi servizi in questo lembo della provincia di Modena e del comune di Camposanto al di là del fiume.

Grandi lembi di frutteti e il grande ripetitore di Cadecoppi che si scorge di là dal Panaro, smorzano la sensazione di abbandono.

Attenzione che tra Casoni sopra e Casoni sotto si passa sotto di pochi metri all’alta tensione.

L’argine compie due grandi anse, e nella campagna delimitata dalla seconda un grande fabbricato con torre circondato da frutteti: siamo arrivati alla Ca’ Bianca, e al sottile ponte che ha sostituito modernamente un vecchio passo di barche. Al di là del fiume Panaro, verso ovest, si scorgono il polo industriale ceramico di Finale Emilia e l’agricenter, centro di stoccaggio dei cereali, bianco e verde.

Di qui scendiamo dall’argine seguendo la strada e raggiungiamo in fondo la via Selvabella. Giriamo a destra e poi dopo circa 500 m di nuovo a destra verso Palata Pepoli, che deve il nome alla famiglia nobile bolognese dei Pepoli, con il castello risalente al 1540, a cui manca l’ultima parte della torre, crollata con il sisma.

Contrada Da Monaci – Rotonda di Monte Marmo

Introduzione generale:

Dalla croce di ferro su base di pietra che domina la vetta della Rotonda di Monte Marmo si gode di una vista unica, a 360°, che offre una panoramica vastissima capace, in condizioni climatiche ottimali, di farci scorgere perfino il Mar Tirreno a Ovest e Pignola con le montagne che coprono la città di Potenza ad Est, oltre i molteplici paesi della provincia che ci circondano quasi sembrano spiarci dai rispettivi promontori.

Il percorso:

L’inizio del  percorso è in C.da Monaci 2, che, pur essendo comune di Balvano, raggiungiamo rapidamente venendo da Vietri di Potenza. Subito dopo il civico 2 (riconoscibile da una villetta bianca e rossa in stile “svizzero” con ringhiere in legno – FOTO 1-) troviamo uno spiazzo sulla sinistra dove eventualmente lasciare l’auto –FOTO 2-.

Fatti quindi pochi metri sulla strada asfaltata, prima della curva a sinistra, giriamo a destra imboccando il tratturo –FOTO 3- che percorreremo per soli 150m prima di incontrare una recinzione con cartello “divieto di accesso” che ci lasceremo alla nostra sinistra imboccando un piccola strada sterrata chiusa solo da un filo –FOTO 4-.

Percorsi 300m lungo quest’ultima, che da sterrata si trasforma in terreno seminativo,  svolteremo a sinistra imboccando una mulattiera che inizia visibilmente a salire verso la montagna –FOTO 5-. Iniziamo quindi a salire e scopriamo subito che quello che era una bella mulattiera presto diventa una stretta traccia mantenuta in vita dal passaggio del bestiame, ma senza grandi difficoltà si sale ancora per poche decine di metri fino ad incontrare una recinzione che ci porterà a svoltare a sinistra –FOTO 6-.

A questo punto già si apre avanti a noi un panorama suggestivo: di fronte vediamo la montagna che rapidamente sale, sulla destra la suggestiva vallata con la cava di pietra sotto i nostri piedi, e alle nostre spalle si scorgono in lontananza le imponenti pale eoliche e il paesino di Salvitelle (SA)  riconoscibile dalla sua posizione arroccata sulla cima di un monte. Proseguiamo quindi per il tratturo di fronte che sale a “esse” verso la cresta –FOTO 7– per poi lasciarlo dopo soli 250m imboccando una piccola mulattiera a destra poco evidente –FOTO 8-, quindi per non sbagliarci ci dirigiamo lungo la cresta del promontorio tenendo sempre la vallata alla nostra destra –FOTO 9-.

Superata la prima ed unica cima di fronte a noi possiamo finalmente ammirare la vetta “della Rotonda” (come viene chiamato da molti locali) –FOTO 10– che sarà il nostro punto di riferimento continuando sempre a proseguire dritto. Continuando per qualche centinaio di metri lungo la cresta ritroveremo una traccia di sentiero che passa in un boschetto –FOTO 11-, appena terminato ci porterà ad avere “La Rotonda” alla nostra sinistra e di fronte a noi sarà visibile un altro promontorio che fa parte del Monte Vetrice, questo è riconoscibile grazie ad una ripida parete rocciosa che affaccia sulla vallata –FOTO 12-. Ci dirigiamo verso quest’ultimo e sfruttando gli ardui tracciati lasciati dalle capre saliamo fino in cima –FOTO 13-.

Una volta sopra (1126m s.l.m.), dopo 3,5 km percorsi in totale, avremo  “la Rotonda” alle nostre spalle, la fantastica vallata con il comune di Vietri sotto i nostri occhi e a sinistra, a poche centinaia di metri, la vetta del Monte Vetrice –FOTO 14– che però risulta scomoda raggiungere da questo versante a causa della fitta vegetazione e la mancanza di sentieri.

Recuperate le energie e goduto del fantastico paesaggio non resta che voltarsi e scendere per lo stesso ripido percorso di andata; una volta raggiunta la sella che divide il promontorio appena lasciato alle spalle dalla “Rotonda” ricominciamo a salire, questa volta tenendo il Monte Vetrice alle spalle, una piccola cava in disuso alla nostra destra e la vetta, obbiettivo finale, sempre davanti a noi –FOTO 15-.

Vista la mancanza di sentieri e le pendenze che si fanno impegnative impiegheremo circa 30 minuti per raggiungere la vetta, nonché la croce in ferro su base di pietra che rappresenta il punto più alto (1250m s.l.m.) –FOTO 16-. Una sosta è obbligatoria, anche per poter godere del paesaggio mozzafiato attorno a noi oltre ai molteplici profumi di erbe e fiori selvatici che rendono questo posto unico.

Iniziamo quindi la discesa, utilizzando lo stesso percorso che abbiamo fatto salendo, tenendo la croce sempre alle nostre spalle fino a ritrovarci di nuovo sulla sella dei due monti, qui girando a destra ci dirigiamo verso ovest, ma questa volta invece di camminare lungo la cresta del promontorio come all’andata imboccheremo un tratturo che si trova lungo il valico tra “la Rotonda”  alla nostra destra e la cresta, utilizzata all’andata, alla nostra sinistra –FOTO 17-.

Continuando a scendere potremo scorgere di fronte a noi le pale eoliche in lontananza e quando avremo ormai “la Rotonda” quasi alle nostre spalle sbucherà davanti i nostri occhi una grossa cava di pietra; quindi continueremo a scendere lungo il tratturo che, salvo poche decine di metri in cui diventa meno visibile, sarà impossibile confondere –FOTO 18-.

Lungo la discesa incontreremo altre mulattiere a destra ma noi non abbandoniamo il nostro tratturo; troveremo dopo circa 6 km complessivi un grande cancello di ferro sulla sinistra al di là del quale si trova una vecchia fontana dell’epoca fascista che però potrebbe essere chiusa con un lucchetto –FOTO 19-.

Continuiamo a scendere fino ad incontrare un cancello per il bestiame che una volta chiuso alle nostre spalle ci immette in una strada asfaltata che imboccheremo a destra, continuando sempre a scendere –FOTO 20-.

Dopo qualche centinaio di metri tra tornanti asfaltati troveremo un incrocio –FOTO 21-, quindi gireremo a sinistra imboccando C.da Monaci che percorreremo per un paio di chilometri fino a ritrovarci al nostro punto di partenza e quindi di arrivo.

Capitignano – Lago di Campotosto

Descrizione del percorso:

Questo percorso parte dalla piazza principale di Capitignano, salendo sulla montagna che si osserva, mettendosi alle spalle il palazzo del Comune, sulla sinistra. Si sale un dislivello di circa 400 metri seguendo una serie di tornanti e arrivando, dopo l’ultima curva, ad ammirare uno spettacolo splendido del Lago di Campotosto.

Dopodiché si scende facilmente per la stessa strada e si raggiungono, con un piccolo fuori-pista, le rive del lago.

Bruggi – M. Boglelio

Suggestivo itinerario di collegamento tra la testata della Val Curone ed il Monte Boglelio sulla cui cima transita la via del sale, antica carovaniera di collegamento tra le valli dell’Oltrepo Pavese e la riviera ligure di levante. La prima parte è molto suggestiva perché ricalca antiche mulattiere che procedendo più o meno a mezza costa, collegavano efficacemente tutte le frazioni presenti in zona, fortunatamente ancora abitate (Salogni, Bruggi, Lunassi, Forotondo, Selvapiana). Itinerario particolarmente adatto per mountain bike nel tratto Forotondo – Monte Boglelio, sebbene anche la prima parte pur in presenza di qualche rampa “tecnica” e con alcune varianti, sia altresì pedalabile.

Il percorso

Dalla chiesa di Bruggi (sulla tua destra) procedi innanzi fino ad una fontanella, da cui sali a sinistra lungo alcuni viottoli in ottime condizioni e guadagni il centro del piccolo abitato. Il sentiero in questa parte è contrassegnato dal segnavia bianco-rosso CAI 109-111. All’estremità superiore del paese incontri una strada asfaltata in salita, che attraversi per proseguire dal lato opposto, su sentiero ben evidente ed in ottime condizioni. Incontri una sterrata proveniente dalla tua destra (originata dalla asfaltata che hai lasciato in precedenza) e prosegui in falsopiano sulla sinistra. Ti trovi sulla destra orografica della Val Curone e procedi in parte tra prati e in parte tra bosco di latifoglie, sempre a mezza costa. Oltrepassi Costa Preghelle ed il Rio Sassone e procedi sempre, con qualche saliscendi, fino ad incontrare, dopo un tratto in discesa, un bivio (a sinistra sentiero 109 per Lunassi, che ignori). Procedi a destra in salita e guadagni definitivamente il bosco (Piano del Vaglio). In questo tratto occorre prestare attenzione al segnavia, in alcuni punti presente in maniera caotica, o in alternativa usare il GPS: sono infatti presenti alcune intersezioni sia sulla sinistra che sulla destra ed il decorso del sentiero è molto tortuoso con punti di riferimento carenti. Nei pressi di una piccola radura incontri nuovamente una diramazione proveniente da Lunassi (alla tua sinistra) e svolti a destra. Successivamente esci dal bosco presso uno scollinamento ove troverai sulla tua destra un sentiero (110) verso il Colle della Seppa, ed a sinistra il segnavia 111: ignorando entrambi procedi di fronte a te in discesa piuttosto ripida, rientrando nel bosco, abbastanza fitto, fino a giungere in una strada forestale, ove reincontri il segnavia 111 e svolti a destra. Il percorso, dopo un facile guado si mantiene in discesa fino al successivo guado (Rio Grande), ove incontrerai una area di sosta ed una fontana che ti annunciano l’imminente comparsa della fraz. Forotondo (Ca dei Caldini). Appena incontri l’asfalto procedi a sinistra in discesa per qualche centinaio di metri fino ad arrivare nel centro abitato, nei pressi della Chiesa. Prima di quest’ultima svolti a destra in salita verso Ca Marchesi (al successivo bivio puoi procedere indifferentemente a destra che a sinistra), procedi fino al termine dell’asfalto a 940 mt slm e prosegui su una sterrata dal fondo ottimo che con numerosi tornanti penetra nella faggeta e risale la pendice del monte Boglelio fino ad incontrare i primi pascoli (una malga a quota 1350 mt) e giungere finalmente sullo sterrato di crinale (la Via del sale, tratto Varzi-Monte Chiappo), punto convenzionale di arrivo. A sinistra seguendo la sterrata (che proviene da Casanova Staffora) in poche centinaia di metri si guadagna la cima del monte Boglelio, coperta di conifere; a destra, invece è possibile proseguire verso il Monte Bagnolo (bivacco), il Colle della Seppa ed il Monte Chiappo

Passo Cimabanche – Calalzo di Cadore

Il percorso

Si tratta di un percorso ciclopedonale che segue il tracciato di una ferrovia dismessa nel 1964. Il percorso parte dal valico montano di Cimabanche, che segna il confine fra Veneto e Trentino Alto Adige, e scende fino a Calalzo di Cadore passando per Cortina d’Ampezzo. A Cimabanche si trova un bar ed un centro di assistenza per bici. Si comincia percorrendo la ciclabile, che proviene da Dobbiaco, in direzione Cortina. Il fondo è compatto e battuto, sterrato ma molto gradevole, immerso in un bosco di altissime conifere. Dopo due km si costeggia il Lago Nero, ottimo per una sosta, e dopo 4km si trova la chiesa di Ospitale, risalente al 1200 e con preziosi affreschi medievali. Superato un ex ponte ferroviario, lo sterrato si fa più marcato e si attraversano due antiche gallerie del treno, scavate a mano nella roccia. Il panorama è spettacolare e la pendenza minima. Prima di entrare a Cortina il fondo diventa asfaltato. Si trovano numerose fontanelle e ristori. Dopo Cortina si scende nel Cadore fianchieggiando talvolta la strada Statale ma rimanendo sempre in una pista dedicata. Praterie, boschi e piccoli centri abitati. Un percorso facilissimo e ben segnato.

Marina di Cinisi – Cinisi

Il percorso che segue è un tragitto simbolico, denominato “Mille passi”, che unisce l’Ecovillaggio Fiori di Campo, bene confiscato alla Mafia, ai luoghi in cui è vissuto ed è morto Peppino Impastato. Questa mappatura è stata fatta dai ragazzi presenti nel campo di volontariato e formazione “E!state Liberi!” e dal Gruppo Parrocchiale di Pisa capitanato da Don Elvis, nella settimana 24-30 agosto 2014.

Il percorso

Il percorso “mille passi” inizia all’Ecovillaggio Fiori di Campo, bene confiscato alla mafia e ora gestito da Libera-Mente Cooperativa Sociale. Usciti dal cancello percorriamo la Traversa 1 di Via Sandro Pertini fino ad incrociarla, laddove si vede la Torre di avvistamento Saracena (Foto). Qui giriamo a destra e dopo cento metri svoltiamo a sinistra sotto il cavalcavia dell’autostrada e poi in prossimità della suddetta torre svoltiamo a sinistra costeggiando le rive del mare. Questa strada, asfaltata e poco trafficata, passa accanto all’autostrada e costeggia la Z10, campeggio confiscato alla mafia. Quando si arriva alla bellissima Tonnara Orsa (Foto) si svolta a sinistra per il sottopasso (foto) e si raggiunge in breve la stazione ferroviaria fantasma (Stazione Orsa), costruita e mai utilizzata. Qui troviamo anche una discarica abusiva (foto).

Dopo aver costeggiato la ferrovia arriviamo ad una rotonda che va imboccata a destra (Foto). Davanti a noi il Monte Pecoraro (Foto). Lungo questa strada si trova un’altra discarica abusiva con caratteristiche mucche nei dintorni (Foto). Proseguendo per questa via si giunge dopo circa 20 minuti di cammino al numero civico 33, presso il quale vi è una traversa, Via 9 maggio 1978, data in cui Giuseppe Impastato è stato ucciso. Alla fine della breve e sterrata via infatti c’è il casale dove Peppino è stato trucidato dalla Mafia (Foto) e poco più avanti i binari dove è stato inscenato il falso attentato per depistare le indagini.

Ritornati alla strada asfaltata riprendiamo a sinistra, costeggiando l’Aeroporto  Falcone Borsellino (Foto). Subito dopo una curva a gomito e un accumulo di rifiuti svoltiamo a destra (Foto). Percorsa la via (abbastanza trafficata, fare attenzione) giungiamo ad un evidente incrocio: andiamo a sinistra direzione Cinisi. Siamo quasi arrivati.

Questo viale, abbastanza comodo grazie ad un marciapiedi, attraversa il passaggio a livello ferroviario e dopo circa un chilometro giunge alla casa di Peppino (Casa della Memoria) (Foto) e proseguendo in avanti per “cento passi” alla casa di Gaetano Badalamenti (oggi bene confiscato alla Mafia) (Foto).

Capo Pecora – Spiaggia di Scivu

Questo percorso è il primo mappato con l’Applicazione di Ammappalitalia per iOS  di i3factory, in test in questo periodo. Il mappatore, aprendo l’applicazione e cominciando a registrare un percorso, ha avuto la possibilità di tracciare il gpx, scrivere note testuali che sono poi diventate la descrizione che segue e scattare foto lungo la via, tutte geolocalizzate sui dettagli del gpx. Ha poi selezionato agevolmente la spedizione di tutto il materiale ad Ammappalitalia e lo staff si è occupato della pubblicazione.

Descrizione:

Il percorso inizia da una strada sterrata sulla destra poco prima della lingua di Capo Pecora.
Appena si incontra il primo bivio scendere sulla sinistra.
Proseguire fino a quando ci si ritrova a destra un vecchio cancello arrugginito, proseguire quindi oltre il cancello.
Dopo una salita tagliare fuori dal sentiero (seguire tracciato gpx)
Proseguendo sulla deviazione ci si trova un cancelletto di legno, attraversarlo e girare a destra.
Proseguire sul sentiero per circa 1.2 – 1.3 km, superare la punta del monte (conosciuta come “La Vedetta“) e proseguire sul sentiero per circa altri 1.3km
A un certo punto si incontra un bivio, proseguire sulla sinistra.
Seguendo questa direzione è necessario percorrere un breve tratto privo di sentiero, cercando di andare a valle in direzione del mare, fino a quando ci si ritrova nuovamente sul sentiero principale che porterà fino all’angolo più remoto della spiaggia di Scivu (molto poco frequentato data la difficoltà nel raggiungerlo).

Trieste – Ospo

Itinerario particolarmente adatto per mountain bike, ma percorribile anche a piedi in giornata; trattasi di un collegamento tra la pista ciclopedonale “Giordano Cottur”, che ricalca il tracciato della linea ferroviaria Trieste – Draga S. Elia – Erpelle, alla pista ciclopedonale “Parenzana” costruita sulla dismessa strada ferrata Trieste-Porec. Il percorso si insinua tra gli imponenti bastioni calcarei della destra orografica della Val Rosandra (un vero paradiso naturale, meta molto frequentata dai triestini amanti dell’ outdoor: assolutamente meritevoli di una visita la frazione Bottazzo, posta lungo una “via del sale” proprio sul confine di stato, nonché la cascata e la chiesa di S. Maria in Siaris, sul lato opposto della valle), proseguendo poi con qualche saliscendi nel carso tra Italia e Slovenia, per ritornare verso il mare scendendo nel vallone di Ospo. Di importanza rilevante il passaggio per il paese di Prebenico ed il castello di Socerb, in quanto da queste località è stato descritto da Paolo Rumiz un itinerario escursionistico che conduce all’estremità meridionale dell’Istria; la pubblicazione “ La strada degli ulivi: a piedi da Trieste a Capo Promontore” , edita da Il Piccolo/CAI XXX Ottobre (2011) è assolutamente imperdibile!

Purtroppo allo stato attuale non esistono dei collegamenti ciclopedonali in senso stretto (salvo qualche marciapiede o tratto di asfalto “pitturati” per dar l’idea di pista ciclabile) tra la stazione di Trieste Centrale e l’inizio del percorso descritto: per i pedoni si consiglia pertanto di procedere per il primo tratto nel lungomare, successivamente è possibile risalire per vie poco trafficate nella zona del centro storico/Teatro Romano (a titolo esemplificativo Via Einaudi – Via Del Ponte – scalinate fino al Castello – poi scala G.G.Winckelmann – scala Stendhal –via Frausin ) fino a  via Gramsci ove al termine della stessa, sulla destra, una rampa in discesa conduce all’inizio del percorso vero e proprio.

Descrizione: l’inizio della pista ciclabile consiste in un sottopassaggio in “stile” (ferroviario…)  seguito da un inquietante “info point” turistico che assomiglia ad un casello per il pagamento del pedaggio! Dopo aver realizzato che la tua unica spesa saranno il sudore e la fatica, inizi a pedalare su fondo pavimentato, ben contraddistinto dalla segnaletica orizzontale e verticale del percorso ciclopedonale. Ti accompagna una costante ma pedalabile salita che dal centro cittadino ti porta verso la periferia in direzione nord est: il percorso è molto intuitivo in quanto ricalca quasi completamente l’ex strada ferrata, con tanto di sottopassi ed alcuni viadotti splendidamente conservati; facendo attenzione ad alcuni incroci a raso procedi sempre in salita, sulla tua destra si apre il panorama sul golfo di Trieste. Dopo aver oltrepassato le varie circonvallazioni “a monte” della cittadina, in corrispondenza di un sovrappasso, termina l’asfalto: prosegui su sterrata su percorso sempre ben evidente, ed incontri una prima galleria dotata di una suggestiva illuminazione a pavimento. Guadagni progressivamente il costone roccioso della destra orografica del torrente Rosandra, giungi presso uno slargo erboso (che intuisci essere stato un tratto a doppio binario) ove la pendenza si attenua in quanto passi accanto all’ex stazione di Sant ‘Antonio Moccò (usata come abitazione privata). Proseguendo, il tracciato si fa via via più ardito, nonché paesaggisticamente interessante in quanto incassato nel costone roccioso, con brevi gallerie (da notare i portali assai massicci) e lo strapiombo sulla tua destra. Una deviazione (con segnavia) che si diparte alla tua destra ti permette di scendere alla frazione Bottazzo di San Dorligo della Valle – Dolina (trattoria, assolutamente da non perdere), nonché nel fondovalle vero e proprio, ove procedendo verso il mare puoi incontrare una cascata. Procedendo giungi a Draga S. Elia e successivamente oltrepassi il confine di stato, annunciato da inquietanti cartelli bianchi. Il percorso procede sempre a mezza costa, ti rendi conto che in pochi chilometri hai raggiunto una quota altimetrica di tutto rispetto (460 mt s.l.m.). La sterrata termina nei pressi di uno svincolo autostradale, in territorio sloveno. Segui l’asfalto sulla tua destra (facendo attenzione a non finire in autostrada..!) e dopo qualche centinaio di metri in discesa incontri una sterrata che scende verso il torrente e sottopassa la strada asfaltata. Entri nella frazione di Klanec pri kozini, proseguendo dapprima dritto e successivamente a destra (nei pressi di una biforcazione a Y). Mantieni la direzione ignorando alcune deviazioni e rincontri lo sterrato (controlla la traccia gps!). Giungi nei pressi di una strada asfaltata che attraversi, piegando successivamente a sinistra, entrando nel paese di Ocizla. Nei pressi di una grossa fontana abbeveratoio pieghi a sinistra in discesa e subito a destra. Segui una sterrata in discesa che dopo alcuni tornanti ti porta ad un ponticello. Segui la sterrata principale in leggera salita facendo attenzione alle numerose intersezioni (necessaria la visualizzazione della traccia gps). Ti trovi in una zona boschiva ricca di strade forestali, tutte in buone condizioni, per cui è necessario che tu faccia attenzione ad ogni incrocio. Guadagni un pianoro ove la vegetazione dirada a causa degli importanti fenomeni carsici (la zona è costellata di grotte e doline) fino a rincontrare l’asfalto nei pressi di una curva “ a gomito”. Segui l’asfato alla tua destra ed al termine di una breve salita arrivi presso il castello di Socerb, splendido il panorama sul golfo di Trieste e la costa istriana. Scendi per una mulattiera a ridosso dell’entrata del castello (che sembra sospeso per aria come il castello errante di Howl..) per giungere al borgo sottostante. Guadagni nuovamente l’asfalto e scendi a sinistra, per incontrare dopo qualche centinaio di metri una strada più importante. Svolti a destra e subito dopo alla tua sinistra noterai una sterrata – un po’ sconnessa – che ti conduce (rientrando in Italia) a Prebenico evitando un bel po’ di tornanti asfaltati. Arrivato nei pressi della chiesa, nei pressi di una curva in discesa, ti dirigi a sinistra imboccando una strada ad uso agro-silvo-pastorale, sterrata ma in ottime condizioni. Dopo una decisa discesa, sempre ignorando le eventuali deviazioni secondarie (contrassegnate da sbarre o segnali di proprietà privata) arrivi nel fondovalle del torrente Osp (nei pressi di Crociata). Attraversi la strada principale e proseguendo innanzi passi sulla sinistra orografica del torrente, seguendo lo stesso verso valle (è presente inizialmente uno “sdoppiamento” del percorso, ma mantenendoti sempre nel fondovalle sinistro del torrente (evitando le deviazioni in salita, tanto per intenderci), il percorso è sempre bene evidente e nel complesso, agevole. Dopo un lungo tratto nel bosco (costeggiando peraltro la zona dei laghetti delle Noghere, con tanto di sentiero di accesso), rincontri l’asfalto ed istantaneamente si materializza una pista ciclabile, ricavata a bordo strada, che ti conduce nei pressi della frontiera Italo-slovena di Rabuiese. Prima di una rotonda la pista ciclabile devia decisamente a destra fino a raggiungere il T. Ospo nei pressi di una strada dal nome altisonante (Via Flavia di Stramare); attraversi questa , procedi per 50 metri alla sinistra e subito a destra, in Via di Farnei. Sottopassi l’autostrada e nei pressi di un ulteriore complicato incrocio rincontri la pista ciclabile, che seguirai a sinistra. La stessa procede per quasi 100 metri a fianco ad una strada molto trafficata, dopodiché la attraversa e ritorna indietro sul lato opposto della strada. Hai raggiunto la tua meta: ben presto incontri cartelli di pista ciclabile con indicazioni “Slovenia- Parenzana” (segnavia D-8); svoltando a sinistra e successivamente ancora a sinistra imbocchi una strada secondaria che passa nel centro di Rabuiese. Da qui una deviazione a destra in salita ti conduce al percorso originale dell’ ex strada ferrata. Il presente percorso termina nei pressi del  confine di stato.