Innsbruck

Camminiamo alle sette di domenica mattina per la valle desolata del fiume Sill, che conduce da Matrei am Brenner a Innsbruck. Passiamo decine di frazioni tutte uguali, ognuna con la chiesa ma nemmeno l’ombra di un caffè. Dobbiamo fare 10 km per la prima Gasthaus. Si trova a S. Peter e qui ci riforniamo di caffeina, alla modica cifra di 2,5 euro a tazza. Per le strade incominciano a vedersi signore in tailleur e uomini in giacca e cravatta, che tornano dalla messa e salutano cordialmente. Le nuvole là in fondo non ci lasciano vedere la Capitale delle Alpi, ma solo immaginarla. Anche Innsbruck, come Venezia, la accarezziamo con la mente, la sogniamo, la pensiamo. Io con la mia inutile fantasia da camminatore d’altri tempi, Marina con spirito più concreto e Bricco per la miriade di nuovi odori che una città riserva sempre ad un segugio come lui.

Lasciamo la strada asfaltata e ci infiliamo nell’ennesimo bosco di abeti, con radici bitorzolute lungo il sentiero e aghi a far da tappeto morbido. Quando usciamo di nuovo a cielo aperto ci troviamo di fronte la Catena del Karwendel, con montagne di 2400 metri a strapiombo sulle nuvole. Una visione mistica. Pensavo che mi sarei abituato alla maestosità delle vette, ed invece mi sento sempre elettrizzato come fosse la prima volta di fronte a quei giganti di pietra.

Entriamo in altri paesi. Si vede quanto gravitino attorno al capoluogo, sono più serviti dai bus, più popolati, più urbanizzati. Poi d’un tratto, quando ormai disperavamo di avere una prospettiva aerea sulla città ecco che da una radura posta a 830 metri si spalanca la visione di Innsbruck, accoccolata tra le mani dei monti, con il fiume Inn che scorre forte, di quel suo colore argenteo e lattiginoso estraneo ai fiumi delle nostre parti.

Scendendo in città non ci sembra vero di essere tra così tanti uomini e così diversi tra loro. Ragioniamo sul fatto che sono tre mesi che vediamo solo paesi, cittadine, boschi, monti e rifugi. C’è una tale diversità di informazioni in una città che quasi ne veniamo sopraffatti: odori cattivi a cui non siamo più abituati, rumori, specchi in cui riflettersi, persone dai vestiti colorati, senza tetto. Innsbruck è la prima grande città che incontriamo sul nostro tragitto e qui pensiamo di poter finalmente fare di tutto nei nostri giorni di riposo: mangiare cinese, andare a cinema, a teatro, prendere la funivia per vedere la città dall’alto, affittare biciclette, andare a sentire musica la notte, parlare con la gente. Tutte attese che poi saranno disilluse perché Innsbruck in fondo non è New York, ma solo un grande paesone di 130.000 abitanti, perché noi in realtà dobbiamo riposare, perché abbiamo Bricco al seguito e perché ogni cosa in città si paga e anche parecchio. Non possiamo superare il nostro budget quotidiano.

Nei giorni successivi piove molto. Luglio per questi luoghi è il mese più piovoso. Fa fresco, da felpa il giorno e giacca la sera. Ci riprendiamo dalle fatiche, ci abituiamo facilmente al dolce far niente e ci vediamo addirittura qualche puntata di House of Cards, quel capolavoro di House of cards. Qui da Vicktoria, futura studentessa di giornalismo e cuoca, nel centro esatto della città, a due passi dal Tetto d’Oro, la connessione è ottima. Da qui si può aggiornare il sito come sto facendo ora e prepararsi mentalmente alle tappe dei giorni a seguire. Inizia la quarta fase del viaggio: fuori dalle Alpi, verso la Germania e i suoi meravigliosi castelli e lungo le rive del Lago di Costanza. Lo zaino non è mai pronto fino all’ultimo, ma questo è il bello di ogni viaggio.

Innsbruck

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