Castel Cellesi Cascata della Ferriera

Ci troviamo a Castel Cellesi, nell’antica piazza del 1700, denominata Piazza della Repubblica. Qui è facilissimo parcheggiare le automobili, gli spazi sono tanti e gratuiti. Ci dirigiamo verso l’uscita del paese, imboccando il lungo rettilineo, Via Fraschini, su asfalto. Dopo circa un quarto d’ora di cammino, proprio quando la strada comincia a scendere, dopo un fienile e un casaletto sulla sinistra, prendiamo una deviazione verso sud, alla nostra destra, con vista sul Monte Cimino e il Soratte, brecciata. La strada,…

Ammappato il 28 Gennaio 2022

Ammappato da: I Sentieri dei Sogni

La bacheca del percorso

Le scarpe sporche si lavano in due
Il potere magico della mente che trascende l’universo stesso

Paese abbandonato

Il paese è un luogo di operai,
di case che li contengono,
di vie che portano ad infiniti posti,
tra cui costruzioni finalizzati al progresso.
il paese rappresenta l’evoluzione di una comunità.

La comunità è un paese più piccolo,
un insieme di individui che hanno uno scopo comune.
E’ sinonimo di collaborazione, di solidarietà, di famiglia.
La comunità è guidata da una mente collettiva.

La mente è un paese misterioso quanto l’universo.
Nonostante la sua dimensione è molto trafficata: i pensieri si connettono.
I ricordi emergono, ma non sono sempre la strada da seguire.
La mente è l’anima.

Visitavo il mio vecchio paese
e dei miei colleghi non c’era ombra, ma gente nuova.
Le storiche mura erano rinvigorite.
Le vie mi disorientavano.
La mia scuola si era attrezzata diversamente.
La mia famiglia era scomparsa.

Forse l’abbandono non porta alla morte, ma al cambiamento:
vivere un altro paese significa assimilare altre metodologie;
essere espulso da una comunità significa specializzarsi;
l’allontanamento famigliare porta la mente all’indipendenza.
Allora posso dire: io sono un paese abbandonato.

 

Sabato scorso il gruppo del trekking di cui faccio parte ha organizzato un’uscita presso Castel Cellesi, in provincia di Viterbo. Sapendo che quel giorno non potevo andare due giorni prima avvisai il gruppo. La stessa sera sognai tre delle stesse cose che gli altri andarono a visitare, ovvero per prima cosa sognai una cascata, incastonata tra le rocce, che faceva un fiume; sognai anche le ossa di un elefante molto antico, che sembrava essere idolatrato; e anche un uomo alto circa un 1,75 metri, con capelli castani tendenti al rosso che aveva un aspetto da barbaro, con una cicatrice vicino l’occhio destro: il brigante Bragherosce.
Quando ne parlai con gli altri capii che era stato un sogno premonitore. Allora raccontai agli altri di questo mio sogno…

“Nella ridente cittadina di Castel Cellesi abitava un brigante soprannominato Bragherosce poiché i suoi pantaloni brillavano di un rosso fiammante. Egli era un ladro, saccheggiava chiunque gli passasse vicino senza però essere mai preso, infatti riusciva sempre a scappare grazie al doppio passaggio di una grotta dove soleva appoggiarsi per la notte.
Un giorno però incontrò una dolce ragazza con il nome di Bianca e se ne innamorò. Ella era magrolina ma ben formata, occhi verdi e lunghi capelli biondi. Il brigante accecato dalla sua bellezza, all’ennesimo saccheggio, mentre veniva inseguito inciampò cosicché venne finalmente scoperto e portato in prigione.

La notte in prigione era triste e solitaria, ma più di ogni altra cosa era inquietante perché alle tre di mattina in punto, tutti i giorni, si sentivano dei barriti riecheggiare tra le umide e fredde mura della prigione, come se il silenzio si squarciasse sotto i colpi di taglienti zanne animali. Bragherosce non ne poteva più, quei versi erano troppo spaventosi anche per lui, grande grosso e vaccinato con tre dosi, così urlò oltre le sbarre che lo imprigionavano: “Ma cos’è questo strazio demoniaco!?” e la voce di un compagno di prigionia gli rispose dal fondo del buio corridoio: “E’ il fantasma di una mamma elefante che cerca il suo piccoletto. Lo cerca e si dispera, si dispera e urla, urla e non ci fa dormire. Questa è la pena più grande che ci è capitata di espiare, soffrire insieme a lei della scomparsa del figlio…”.
Bragherosce scivolò a terra accovacciandosi sulle ginocchia, aggrappato alle sbarre di ferro, dopodiché sospirò disperando della sua situazione. Ma poi si disse: “Perché ho paura di un verso di un animale che neanche ho mai visto? Io non so cosa sia questo benedetto Elefante! Ne sento le grida, ma magari è un animale carino e garbato. Voglio approfondire…” e così chiamò una guardia chiedendogli un’enciclopedia. Quando gliela portarono cercò la voce Elefante e, oltre a tante belle foto e disegni dell’animale, trovò anche questa descrizione: “L’elefante è un mammifero antichissimo. Diretto discendente del Mammuth, da cui eredita proboscide e zanne possenti. Al giorno d’oggi si trova comunemente in aree dal clima afoso e umido, quali ad esempio Medio Oriente e Africa continentale. L’elefante tutt’oggi viene venerato in alcuni culti come animale sacro. Indipendentemente da ciò è innegabile la sua intelligenza e capacità
di resistere a condizioni di carico sovrumane. Esistono testimonianze di elefanti che imparano a dipingere, giocare a basket e prender parte attiva in attività propriamente umane, a
testimonianza dell’incredibile capacità che l’elefante ha di apprendere ciò che gli viene trasmesso. Inoltre per la sua forza muscolare e la sua resistenza come accennato prima, in passato veniva utilizzato da alcuni popoli come animale da combattimento in alternativa al cavallo…

“Spumante” era un cane da caccia, vivace e festoso, che viveva la maggior parte del suo tempo nella gabbia con gli altri cani e solo raramente, cioè una domenica ogni due settimane, veniva liberato per la battuta al cinghiale. Era così tanto energico, così tanto vitale, così tanto felice, che quella domenica esplose spiritato a correre nel bosco perdendosi chissà dove come il tappo di una bottiglia di spumante agitata per giorni che a un tratto sia lasciato volare via lontano, impossibile da ritrovare.
Spumante si fermò solo a notte fonda, esausto e confuso, nel bel mezzo di territori a lui sconosciuti, con la lingua penzoloni che si strascinava a terra. Guardò in alto tra le fronde, lanciò un ululato e si addormentò, fino a che un rumore di passi e un fruscio di foglie secche non lo fece scattare sul chi va là, coda ritta e orizzontale, muso in tesa e vigile perlustrazione del sottobosco.
Erano cinghiali e stavano grufolando nel fango come se fossero in una SPA. C’era chi si strusciava sul tronco di un albero per togliersi le zecche, chi si impanava nella terra come una cotoletta, chi cercava bulbi di fiori scavando con il muso. A un tratto però si fermarono tutti all’unisono e guardarono verso Spumante. Il capo cinghiale fu il primo a parlare: “Guarda guarda chi abbiamo trovato… tutto solo soletto… un cane da caccia…”.
Un altro cinghiale disse: “Che fortuna fortunella, possiamo vendicarci dei tanti soprusi che ci fanno con la battuta. La vuoi fare una battuta adesso al cinghiale? Sei così coraggioso?”.
Spumante capì che non c’era poi troppo da scherzare, né tanto meno da fare battute a quei cinghiali e così corse via nel bosco come un lampo…
“Di giorno leoni, di notte…” gridò ridendo un altro dei cinghiali e poi via tutti assieme a inseguirlo, come muta di cani all’incontrario. Spumante, lingua penzoloni e cuore a mille nel magro petto di setter, arrivò a un misterioso mulino sul torrente. Chi era nato nel paese lo sapeva: era sempre stato lì, da più di duecento anni ormai. Durante il giorno non era possibile raggiungere il Mulino del Rio Chiaro: per delle improbabili congiunzioni astrali unite a misteriose fasi lunari il fiumiciattolo scarno che correva sul suo fianco straripava, diventando un fiume tumultuoso. Così al sorgere del sole il mulino e la sua vegetazione si inabissavano in acque profonde. L’umidità bagnava anche l’aria attorno a quelle che sembrava solo macerie disordinate, mattoni alla rinfusa mangiati dall’edera, qua e là uno spiraglio, sopra un’enorme vasca. Si creava così una barriera naturale, un limite invalicabile alla luce del sole. Solo con il favore delle tenebre l’acqua si ritirava, permettendo ai viaggiatori più coraggiosi di proseguire verso la collina che si stagliava oltre il mulino e la sua conca.
Spumante arrivò al mulino proprio quando le acque si stavano alzando, creando una barriera invalicabile. Lui passò, i cinghiali no, ma solo per una manciata di secondi. A quel punto i cinghiali, delusi e frustrati, presero tutti a ululare nella notte, alzando i musi alla luna. Il capo disse: “Scemi! Siamo cinghiali, non lupi” e se ne tornarono alla Spa con la coda tra le gambe…

Spumante adesso si trovava dall’altra parte del torrente, alle pendici di una collina altrimenti inaccessibile, in vetta alla quale c’era il Castello di Cuccumelle, diventato in epoca moderna proprio quella prigione dov’era imprigionato Bragherosce. Spumante si arrampica sul pendio e arriva fin sotto alla finestra di Bragherosse, dopodiché si butta a terra esausto. Bragherosce sente Spumante ansimare e si affaccia. Subito gli viene un’idea e comincia a chiedere al cane di scavare una buca sotto alle mura della prigione per farlo evadere. Spumante, che è cane obbediente, si mette a scavare. Scava, scava, scava… fino a quando non trova un lungo osso sepolto sotto terra. Un osso gigante, che mostra a Bragherosce come se fosse un trofeo di caccia.
Bragherosce capisce al volo di che si tratta, d’altra parte ha appena consultato l’enciclopedia e sa che quell’osso è proprio un osso di elefante. La soluzione è a portata di mano: sono i resti di un cucciolo di elefante. Bragherosce capisce che il fantasma della madre stava cercando proprio i resti di quel cucciolo.
“Dammi quell’osso…” dice gentilmente a Spumante allungando una mano oltre le sbarre della finestra, “forza, passamelo…”. Il cane obbedisce e a quel punto Bragherosce comincia a rivolgersi al fantasma della mamma elefante, gridando: “Mamma elefante guarda cos’ho trovato! I resti del tuo povero figliolo! Vieni qui e fai finalmente pace con le tue sofferenze!”.
Uno straziante barrito riecheggia dappertutto, seguito da un terremoto. La mamma elefante sta cercando di passare attraverso le sbarre della cella della prigione e nel fare ciò distrugge ogni cosa, liberando i carcerati. Bragherosce scappa oltre la collina, fin su a Castel Cellesi. La prima cosa che fa, da bravo innamorato, prigioniero non più delle sbarre ma dei suoi sentimenti, è andare sotto casa di Bianca. Sale alla finestra come un novello Romeo e sbirciando di dentro la vede che dorme sotto le coperte, illuminata da un raggio di luna.
“Bianca… Bianca…” sussurra, “Bianca… Bianca…” sussurra per svegliarla…

Ed è così che mi sono svegliata dal mio sogno. Sembrava tutto un viaggio della mente, ma guardando nella mia stanza ho visto le mie scarpe. Le scarpe ora come ora sono diventate un cimelio, hanno acquisito un aspetto molto ricercato e in linea con le mode del momento, l’aroma che riempie la casa di ricordi e paesaggi visitati mi rende molto euforica, la stessa cosa non si può dire per mio padre che già ha accettato l’idea di avere per molto molto tempo quelle scarpe che fanno capolino da sotto il termosifone. Sono certa che acquisteranno valore con il passare del tempo e che prima o poi verranno acquistate dal miglior archeologo offerente per poi venir esposte naturalmente in un prestigioso museo.

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