Questo progetto nasce dalla scommessa che tutta l’Italia sia percorribile a piedi, senza macchina, senza nemmeno prendere un treno o un bus. L’idea è che ognuno di noi può condividere i percorsi a piedi che conosce. Una mappatura del nostro territorio, tale da farci esclamare: “Ammappa l’Italia!“.
Piazza Sempione Porta di Roma
- Regione: Lazio
- Durata: 4 ore circa
- Difficoltà: turistico
- Natura: urbano
- Percorribilità: piedi
- Versione stampabile
Il percorso che segue ci è stato mandato dai ragazzi del progetto TUR – TREKKING URBANO ROMANO, che, come si legge sul sito, “prevede la costruzione di una serie di percorsi dai diversi focus tematici: storico-urbanistici, della memoria e naturalistici”. Il progetto dimostra come una semplice escursione urbana possa essere ricca di suggestioni, approfondimenti e punti di interesse. La dettagliatissima descrizione che ci hanno mandato è testimonianza di un lavoro puntuale e appassionato. Non esitate a visitare il sito per tutti i dettagli dei sentieri. A breve il Tur si cimenterà con la mappatura dei sentieri naturalistici di Roma, ovvero tra il verde e i parchi del III Municipio di Roma.
BREVE DESCRIZIONE: Un unico percorso di trekking urbano divisibile in quattro sentieri storico-urbanistici (“La Città Giardino Aniene”; “Gli ICP e la Borgata Tufello”; “Vigne Nuove e l’edilizia popolare”; “Verso Porta di Roma”) che si snodano tra i cambiamenti storico-urbanistici del 3° Municipio di Roma: dai villini della Città Giardino Aniene degli anni ’20 ai palazzi ICP degli anni ’30; dalle case popolari “dei francesi” degli anni ’40 della borgata Tufello alle costruzioni sorte durante le Olimpiadi degli anni ’60; dai progetti sperimentali di “unità di abitazione” degli anni ’70 nel Piano di Zona Vigne Nuove ai “dormitori” degli anni a seguire; fino alla nascita di nuovi quartieri residenziali sorti intorno al centro commerciale di Porta di Roma negli ultimi anni.
Per dettagli:
Sito internet: www.trekkingurbanoromano.org
e-mail: turmemorie@gmail.com
Facebook: trekkingurbanoromano
DESCRIZIONE COMPLETA (da www.trekkingurbanoromano.org)
Sentiero 1 “La Città Giardino Aniene” (anni ’20 – ’30)
LUNGHEZZA 2, 45 km
DURATA circa 1 ora 15 min.
Il sentiero #1 inizia dal Ponte Nomentano [P], da quello che è il simbolo storico del III Municipio, un ponte medioevale costruito sui resti di uno più antico romano, un tempo unico collegamento verso la Sabina, attraversato dalla vecchia via Nomentana. Siamo circondati da tipici pini romani, alti, maestosi, come in uno dei tanti quadri dei paesaggisti dell’Ottocento che hanno raffigurato questo ponte e il fascino delle rovine ad esso adiacenti, che apparivano solitarie in quella che allora era solo campagna romana. Qui, al centro del ponte, guardando scorrere il lento fiume Aniene, si può immaginare come un tempo questa zona fosse solitaria e staccata dal centro della città. Ai primi del Novecento, infatti, qui era ancora tutta campagna: oltrepassate le mura di Porta Pia, lungo la Nomentana era possibile incontrare solo qualche villa signorile. Ma dalla basilica di S. Agnese in poi non c’era più nulla, e si arrivava diritti fino al vecchio Ponte Nomentano, per poi entrare nell’agro romano. Proprio qui, però, nonostante questo distacco dalla zona urbanizzata di Roma – nell’insieme delle azioni volte ad assicurare nuovi alloggi alle masse dei contadini giunti dalla campagna e alla necessità di dare lavoro a chi a causa della Grande Guerra (1915-18) l’aveva perso – venne deciso con la Delibera comunale del 16 luglio 1924 di iniziare la costruzione del comprensorio denominato “Città Giardino-Aniene”. Progettato dall’architetto Gustavo Giovannoni, il modello di riferimento era quello delle garden cities inglesi di fine Ottocento: unire i vantaggi della città, con tutti i suoi servizi, ai benefici della campagna, ovvero ampie zone di verde tra le abitazioni. Una città, quindi, collegata a Roma, ma urbanisticamente chiusa, autonoma, con una sua scuola, una sua chiesa, i suoi negozi, un parco pubblico, un ufficio postale e un cinema-teatro. I lavori incominciarono agli inizi degli anni ‘20, con la creazione di un consorzio composto da sette cooperative di edilizia sovvenzionata, volte alla costruzione di villini unifamiliari e bifamiliari, e dall’ I.C.P. (Istituto Case Popolari), per la realizzazione di case popolari, impreziosite da particolari e decorazioni (arcate, canne fumarie, balconcini a balaustra). Per entrare nella nuova Città Giardino fu costruito un nuovo tratto della Via Nomentana (oggi Via Nomentana Nuova) e un nuovo ponte (Ponte Tazio) volto direttamente verso la piazza centrale (Piazza Sempione), luogo dei principali servizi attorno cui si diramavano i villini e le palazzine, i loro ampi spazi verdi e gli orti per piccole coltivazioni. Molti di questi villini sono un esempio architettonico di quello che è stato definito il “barocchetto romano”, uno stile che riprende il barocco, ma che ha anche rimandi medioevali, con stucchi e fregi con figure di animali, finestre alte e strette con arco a tutto sesto, torrini, balconcini, semitorri cilindriche (bow-window) che interrompono le superfici piane delle mura o quelle poste all’angolo dell’edificio. Dalle foto dell’epoca l’immagine di un’atmosfera agreste è ben evidente e la piazza, posta al centro del disegno urbano, da cui si dirimano tutti i villini lungo l’asse longitudinale del corso dell’Aniene, dà l’idea più di un paese che di un nuovo quartiere di Roma. Lasciandoci quindi alle spalle l’immagine di questa campagna, oltrepassiamo il fiume attraversando il “nuovo” Ponte Tazio [1], dal nome del re sabino Tito Tazio, e avventuriamoci verso il cuore della Città Giardino, in questo particolare “borgo” dai rimandi medievaleggianti (forse in omaggio alle torri merlate del Ponte Nomentano come, a metà del Ponte Tazio, uno scorcio suggestivo sembra evocare). Proseguendo, costeggiate i giardini (sulla dx) e da Corso Sempione entriamo direttamente nella piazza omonima. Piazza Sempione [2] si presenta a tutti gli effetti come la piazza di un borgo medievale-rinascimentale. Sulla sinistra c’è il palazzo municipale, del 1923, con porticato ad arcate a tutto sesto, sorrette da pilastri in blocco di tufo bugnato e una torre con un grande orologio. Il complesso fu destinato a delegazione municipale, spazio per botteghe, scuola elementare, sede del Liceo Classico Orazio, delle poste e del telegrafo. Il quarto piano è stato costruito successivamente, negli anni ‘50, senza tuttavia stravolgere l’impianto architettonico iniziale. Oggi è la sede principale del III Municipio. Di fronte abbiamo la Chiesa dei SS. Angeli Custodi, del 1924, così denominata in ricordo della Chiesa dei santi Angeli Custodi di via del Tritone, che doveva essere demolita verso la fine degli anni ’20 per l’ampliamento della strada. L’edificio fu ideato dall’architetto Giovannoni in stile cinquecentesco, arricchito da un portale con colonne e finestra-rosone sotto il timpano. Al centro della piazza, c’è una statua raffigurante la Madonna, costruita però tempo dopo, nel 1948, e oggi, a differenza delle foto di una volta in cui si vedono i bambini che durante i giorni di festa la sormontavano, è attorniata da sbarre di protezione che quasi la nascondono. Con un leggero sforzo salite sul sagrato [per chi ha difficoltà, a sinistra della chiesa, a via delle Alpi Apuane 6, c’è la possibilità di usare l’ascensore]. Da qui, la sensazione di essere in un’altra città è ancora più forte: pensate ai primi abitanti che, da qui in alto, vedevano solo una strada e in mezzo tutta campagna. Dalla piazza partiva un piccolo torpedone che arrivava fino alla Basilica di S. Agnese: da qui si proseguiva con un tram che costeggiava le ville della Nomentana e arrivava alla Stazione Termini. Si era quindi proprio in un’altra città. Dentro Città Giardino, invece, dal 1925 ci si poteva almeno muovere con tre linee interne. Entriamo ora nella città giardino vera e propria, quella composta da villini unifamiliari e bifamiliari (alternati a volte da costruzioni di periodi successivi: purtroppo nel tempo non si è tenuto conto di una progettazione urbanistica integrata ed omogenea). Prendete Via Monte Subasio, attraversate Piazza Menenio Agrippa [3], sede del mercato all’aperto, ed entrate a Via Cimone. Per comprendere l’idea sottostante la città giardino può essere utile fermarsi un attimo ad ascoltare il rumore del traffico odierno nella piazza e lentamente salire su per Via Cimone, lasciandoci passo dopo passo il traffico alle spalle, in dissolvenza acustica: l’impressione è proprio quella di stare in una quiete di campagna pur essendo, a tutti gli effetti, in città… Durante la passeggiata vi consigliamo di “perdervi” tra i villini, e ai bambini (ma non solo!) suggeriamo un piccolo gioco: vediamo chi riesce a scoprire più animali nei doccioni e nelle varie decorazioni poste ad ornamento delle abitazioni. Il nostro percorso di base prosegue così su per Via Cimone, per poi, all’altezza del primo slargo, girare a sinistra per Via Monte Tomatico [attenzione: la strada è priva di passaggio pedonale, ma è da qui in avanti che si comprende appieno l’originario spirito della Città Giardino]. Proseguite poi per Via Monte Nevoso: all’altezza di Via Camaldoli, si riesce a vedere bene la Torre di Casal de’ Pazzi. Via Monte Nevoso è particolarmente interessante poiché, costeggiando il fiume Aniene, permette ancora di vedere, in alcuni villini, gli orti che in queste abitazioni erano spesso presenti già nella progettazione abitativa. Poco più avanti, sulla sx, c’è il meandro dell’Acqua Sacra, con una delle entrate alla Riserva Naturale Valle dell’Aniene [4]. Ritornate ora indietro passando internamente sulla sx per Via Monte Fantino, girate sempre a sx per Via Picco dei Tre Signori, e poi a dx per Via Monte Acero. Dopo questo breve giro per i villini siete così ritornati su Via Cimone: proseguite andando verso sx, attraversate Viale Gottardo per giungere a Via di Monte Sacro. Dopo aver superato l’Opera Nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia, costruzione di chiara matrice del periodo fascista, proseguite sul lato sx dove continua il percorso accessibile, costeggiando la piccola altura che ha segnato questa zona, dando alla fine il nome a tutto il quartiere. Stiamo parlando del Sacer Mons, il Monte Sacro, il luogo in cui si narra che, nel 494 a.C., si ritirò la plebe romana, compiendo uno dei primi scioperi nei confronti dei ricchi patrizi a causa delle ingiuste leggi che li privavano delle libertà. Ed è per questo che è stato scelto nell’Ottocento da Simon Bolívar, il patriota e rivoluzionario del Venezuela, come luogo in cui proclamare il suo giuramento per la libertà dei popoli oppressi del Sud America. Arrivati in fondo alla via, girate a dx sull’antica Via Nomentana [attenzione: si interrompe il percorso accessibile] e lasciando sulla sx i resti di un antico mausoleo romano (imponente, eppure nascosto e arroccato nei giardini di Corso Sempione) girate a dx per Via Falterona. Qui, sulla sx c’è il punto di accesso al Parco di Monte Sacro [5] (oggi denominato Parco Bolívar), sulla cui sommità oggi vi è la stele in onore dell’eroe sudamericano con l’epigrafe del suo giuramento. Ritornate indietro per Via Falterona e riprendete sulla dx via Nomentana per arrivare all’angolo con Via Maiella. Da qui, guardando alle vostre spalle, potrete scoprire i resti di un altro antico mausoleo, nascosto tra le marmitte dei numerosi meccanici di zona. Via Maiella ci riporta verso Corso Sempione e anche verso la fine di questo percorso, con il punto di arrivo ai suoi Giardini [A], in pieno stile primo Novecento. Ma ci porta anche verso l’inizio di quello successivo: dai caratteristici villini, infatti, passeremo ai nuclei abitativi di più grande estensione, meno vicini all’idea della città giardino e più in sintonia con l’ideologia del regime fascista. Dal comprensorio di Via Maiella, infatti, si staglia un’epigrafe caratteristica di quei tempi: “Dalle case ben fatte e ben tenute esce come da giovane sorgente un senso di freschezza e di salute”. Un nuovo periodo storico, e un nuovo modo di concepire l’abitazione, che si può scoprire nel secondo sentiero.
Sentiero 2 “Gli ICP e la Borgata Tufello” (anni ’30 – ’50)
LUNGHEZZA 1, 9 km
DURATA circa 55 min.
Il sentiero #2 inizia di fronte ai Giardini di Corso Sempione [P]. Da questa posizione possiamo osservare i primi palazzi ICP che coprono e avvolgono Piazza Sempione, nascondendone al primo sguardo la pretesa rinascimentale [cfr. sentiero #1]. L’edificio di sx (1922-1925, arch. Sabbatini) ben si inserisce nel contesto di Città Giardino, e della sua piazza, per le anomale sporgenze e i comignoli “barocchetti”, oltre che per il fatto di essere stato realizzato dallo stesso progettista del Palazzo Municipale. Del corpo, inoltre, facevano parte sia il teatro-cinema “Aniene” (oggi in stato di abbandono), sia un altro luogo storico del quartiere, il Caffè Bonelli. L’edificio di dx (1925, arch. Limongelli), invece, tradisce maggiormente il periodo storico che lo caratterizza attraverso le retoriche epigrafi poste su ben due facciate del palazzo tra i diversi elementi decorativi (anfore, cesti di frutta e mascheroni). All’interno, un grande cortile a giardino di forma ovale con alti pini e magnolie, e al centro un ovale di sedili in pietra, ci preannunciano lo stile che caratterizza i palazzi ICP che via via incontreremo. Attraversate per dirigervi sul lato sx del quartiere e prendete Via Gargano. Al n° 34, in un altro palazzo ICP, troviamo di nuovo una fontana centrale, di forma ottagonale, mentre proseguendo per Piazza Monte Baldo [1], al n° 5, è ben evidente la scritta “ISTITUTO CASE POPOLARI”, secondo la tipica grafia del periodo fascista. Se vi affacciate potrete vedere come queste costruzioni, pure essendo considerate popolari, riescano a presentare numerose scelte decorative e spazi interni verdi e ben curati. Nulla a che vedere di certo con i villini di Città Giardino [cfr. sentiero #1], ma queste abitazioni, al nostro sguardo contemporaneo, danno l’idea di essere riuscite comunque ad integrarsi bene con una concezione degli spazi abitativi più armoniosa. Volgete ora lo sguardo a sx verso la scuola elementare Don Bosco. Dalla nostra posizione non possiamo rendercene conto, ma l’edificio scolastico è costruito a forma di “M”, a ricordare, secondo le retoriche dell’epoca, il nome di Mussolini. Da una prospettiva aerea il rimando è ben visibile. Il plesso è stato costruito nel 1928, e l’ultimo piano è stato aggiunto successivamente. Proseguite su Viale Adriatico, e ancora al n° 2 troviamo un altro edificio ICP, caratterizzato questa volta da un grande arco a mò di ponte di collegamento. Andando avanti incontrerete lungo la strada alcuni villini degli anni ’20, molti di meno, però, rispetto alla zona est del quartiere [cfr. sentiero #1], in quanto a partire dagli anni ’50 in poi sono stati sostituti da edifici più grandi e meno caratteristici. Proseguite ancora per Viale Adriatico, e subito prima del mercato coperto (1958-59, arch. M. Muratori, uno dei primi mercati di Roma con energia elettrica e grossi frigoriferi, che oggi però necessita di ristrutturazione), all’altezza di Via della Verna, girate per una sosta ai giardini [2]. Da qui, con il mercato alle spalle, potete osservare il primo di una serie di comprensori ICP (quello davanti a voi è del 1924) che caratterizzano questa zona, contrassegnato da un bel mascherone a forma di pavone. Provate a chiedere il permesso per entrare e fare un giro [attenzione: non tutto il percorso interno è accessibile] o in alternativa girate per Via Monte Velino e poi per Via Monte Pollino, costeggiando così l’intero comprensorio [attenzione: il percorso qui è privo di passaggio pedonale]. Vi segnaliamo un altro bel comprensorio, situato tra Via Procida e Via Isola Bella, ma anche qui il percorso è privo di passaggio pedonale e quindi non accessibile. Riprendete Via della Verna per ritornare su Viale Adriatico, attraversate per andare sull’altro lato e girate per Via Corvaglia. Ora, senza addentrarvi, fermatevi e giratevi: da qui la prospettiva valorizza appieno la CASA DELLA GIOVENTU’ ITALIANA [3] (1934-37, arch. Gaetano Minnucci) realizzata in pieno stile razionalista. Venne costruita in due tempi: nel 1935-37 la casa GIL con un teatro da 650 posti, palestra, piscina coperta e scoperta, e nel 1937 la Scuola di Economia Domestica con aule, refettorio, biblioteca e asilo, sul lato di via dei Monti Lessini. Nel 1965 la struttura fu trasformata in Ostello della Gioventù, mentre oggi ospita una scuola. Negli anni Settanta il teatro fu trasformato in ufficio postale. Ovviamente tutti questi cambiamenti comportarono molte manomissioni, e la piscina, purtroppo, oggi non risulta agibile. La palestra è intitolata a Ferdinando Agnini, un giovane studente antifascista residente nel quartiere che fu ucciso per la sua attività di resistenza. Proseguite superando il cavalcavia sopra Viale Jonio (da dove si possono vedere in lontananza le case degli anni ’20, in viale Jonio 232, con i loro tetti a capanna) e arrivati a Piazza Monte Gennaro, girate a sx per Via delle Vigne Nuove. Qui, arrivati all’angolo con via delle Dolomiti, incontriamo i primi edifici caratteristici del Tufello [4]: una geometria cubica che sembra ripetersi, nelle forme e nei materiali costruttivi, di casa in casa, alternandosi agli ampi cortili interni posti tra un corpo scala e l’altro. Proseguendo su Via delle Vigne Nuove, arriviamo a Via delle Isole Curzolane, la strada che attraversa tutto il quartiere. Dal centro della via potete osservare il disegno del razionalismo in tutta la sua linearità. Non solo quindi interno alla configurazione di ogni singolo edificio (nelle volte, nei disegni prospettici), ma un razionalismo dialogante tra gli edifici stessi e con un disegno urbano ben evidente dalla piantina. Proseguite e girate a sx per Via Capraia [5]. Al civico 53 c’è un altro ICP che è stato oggetto di un’interessante ristrutturazione, mentre sulla dx si trova un comprensorio popolare con case più basse. Se è possibile, fatevi un giro all’interno e osservate la distribuzione degli spazi e dei giardini. Arrivati all’angolo con Via di Monte Massico, al Parco Tufello [A], si giunge alla fine del secondo sentiero: sulla dx c’è la chiesa di Santa Maria Assunta al Tufello, del 1950: ad un’unica navata, è molto semplice nel disegno, sia per il tetto a capanna, sia per come è collocata: leggermente distaccata dal resto delle abitazioni, ricorda una chiesa di campagna. Sulla sx il Parco Tufello, che ci dà una buona idea di come prima, qui, fosse l’ambiente naturale: è una piccola altura che ha resistito all’urbanizzazione e con i suoi leggeri declivi e smussamenti rende bene l’idea orografica originaria. Oggi è un parco di quartiere autogestito e sulla sua sommità ha un tipico campetto di calcio di periferia, purtroppo un pò troppo abbandonato a se stesso.
Sentiero 3 “Vigne Nuove e l’edilizia popolare” (gli anni ’70 – ’80)
LUNGHEZZA 1, 56 km
DURATA circa 45 min. circa
Il sentiero #3 parte dal Parco Tufello di via di Monte Massico ‒ l’unica area verde dell’omonima borgata ‒ e prosegue sempre lungo la direzione nord est di Roma, per entrare in uno di quei quartieri che oggi sono ancora considerati “periferia” della Capitale. Se nella consequenzialità dei primi due sentieri è stato possibile trovare sia evidenti differenze di stile abitativo e di concezione urbana dello spazio, sia dei collegamenti ideali, una sorta di continuum tra gli ICP del “borgo” Città Giardino e quelli della borgata Tufello, ora, percorrendo il sentiero, si avrà la sensazione di uno stacco netto, una divisione urbanistica fisicamente tangibile: incontreremo prima una vera e propria cinta naturale di frontiera, caratterizzata da un’ampia, incolta e abbandonata area verde, per poi ritrovarci di fronte a un nuovo modello di concezione abitativa, completamente diverso da quelli ad esso precedenti. Stiamo parlando del Piano di Zona 7, il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare (PEEP) in via delle Vigne Nuove. Il progetto urbanistico (a cui hanno collaborato, tra gli altri, gli architetti Alfredo Lambertucci e Lucio Passarelli) è stato elaborato in tre fasi consecutive (1972, 1977, 1984) mentre la realizzazione è iniziata nel 1975: un intervento che ha concentrato un alto numero di alloggi (500) all’interno di uno stesso corpo. L’immagine che risalta agli occhi è quella di una cinta muraria, una “città turrita”, racchiusa in se stessa, posta a difesa del territorio (quasi ad arginare un possibile ulteriore sviluppo della periferia) o a difendersi dal territorio stesso (per il suo stesso percepirsi corpo estraneo). Alla verticalità dei corpi cilindrici scala-ascensore fa da contrapposizione l’orizzontalità delle finestre a nastro e dei vuoti, e nel suo insieme l’insediamento ‒ se così si può definirlo ‒ rimanda ad altre realizzazioni europee appartenenti al cosiddetto “Movimento Moderno”, si pensi soprattutto a Le Corbusier e al suo ideale di Unité d’Habitation: una sorta di «contenitore che racchiude in esso uno spazio urbano, trascendendo la funzione meramente abitativa di un semplice condominio e concependo l’edificio come una sorta di “macchina per abitare” per un elevato numero di persone» [fonte: wikipedia]. Poi nella pratica, questa macchina urbana – che prevedeva, oltre alla presenza di alcuni servizi (oggi sede di una Asl e di un centro anziani) e di una scuola posta proprio lì di fronte), anche negozi (di cui resta solo un’insegna decadente) – ha avuto una storia diversa da quella immaginata dai progettisti: l’unità di abitazione, da parte di chi la abita, viene percepita come un luogo di degrado, un “casermone”, privo di possibilità di incontri e relazioni sociali proprio a causa della sua estensione volumetrica. Lo spazio, nella sua portata così ampia, attualmente dà solo l’impressione di un luogo non vissuto, un dormitorio, uno spazio isolato da camminamenti che, ad una prima impressione, ricordano dei ponti levatoi. Una volta entrati, quello che colpisce sono i lunghi corridoi dei corpi scala e l’inaspettata presenza di verde all’interno degli spazi condominiali. Spazi che però, anche qui, non vissuti: vi si ritrova, in perfetta analogia con gli ICP del sentiero #2, delle sedute ad anello pensate per sedersi, parlare e attorno lasciar giocare i figli. Ma questo purtroppo non sembra avvenire. Proseguendo questo sentiero, l’immagine di progetti idealmente funzionali, ma non riusciti nella loro essenza troverà altre ragioni nell’infinito slargo adiacente al “casermone”. Qui, su Largo Fratelli Lumière, si avrà l’impressione di attraversare uno spazio urbano non più pensato a misura delle persone, ma piuttosto a servizio del veloce incedere delle automobili. Un attraversamento che sarà, in termini escursionistici, quasi un oltrepassare un guado: il ritmo e lo spazio del pedone si sentiranno in difficoltà e in netta minoranza, come corpi estranei in questo luogo della città, ma forse anche per questo daranno ancor più senso alla proposta (e alla necessità) di questo sentiero di trekking urbano. Dall’entrata del Parco Tufello [P] di Via di Monte Massico, prendete la direzione verso ovest e girate subito a dx per via Monte Calvo. In questo breve tratto incontriamo le costruzioni del quartiere che appartengono agli anni ’60. Si tratta di palazzi meno caratteristici rispetto a quegli degli anni ’40, in quanto privi di un loro stile specifico. Da un punto di vista ideologico, infatti, non c’è una particolare attenzione all’aspetto formale come è stato per il razionalismo del periodo fascista. Piuttosto, c’è in gioco l’urgenza di dare risposte immediate alle nuove esigenze abitative a tutta una fascia di popolazione che, a seguito delle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale, ha scelto Roma come luogo dove ricominciare una nuova vita lavorativa e familiare. Le cronache ci raccontano di un situazione per niente agevole, dove ogni giorno sorgono borgate popolari con abitazioni – se così possono essere chiamate – ad un piano, senza servizi igienici, senza impianti fognari, idrici e per la luce. É in questo contesto sociale che a Roma, a seguito dell’assegnazione della città per le Olimpiadi del ’60, il boom economico trova una delle sue spinte principali proprio nel settore dell’edilizia e delle nuove costruzioni stradali. Il gruppo di palazzi popolari che troviamo nel nostro percorso sono molto simili tra loro: si tratta di edifici di sei piani, con tetto a capanna (forse in omaggio a quello della facciata della chiesa di S. Maria Assunta) e colori tra loro omogenei, costruiti con il contributo del Ministero dei lavori Pubblici. Resta ancora presente la concezione di cortili interni in cui le persone hanno modo di incontrarsi e stare assieme, magari sulle caratteristiche sedute ad anello semicircolare, mentre il verde è più carente rispetto alle esperienze precedenti. Proseguendo per via Monte Calvo, verso via Monte Resegone [1] passo dopo passo, incomincerà a delinearsi di fronte a voi il Piano di Edilizia Economica Popolare di Vigne Nuove, in tutta la sua lunga estensione. Davanti vi ritroverete un’ampia area verde, incolta e abbandonata, a volte usata oggi come spazio di sosta per il circo: l’area, come dicevamo prima, dà subito un senso di separazione, aumentando la sproporzione volumetrica del “casermone”. Sul lato sx si intravedono delle torri che svettano su via Giovanni Conti: sono palazzi popolari costruiti nei primi anni ’80. Girate verso destra in modo tale da riprendere Via delle Vigne Nuove, in direzione nord, verso la periferia. Per una maggiore sicurezza vi consigliamo di mettervi sul lato dx della strada, attraversando al semaforo pedonale. Proseguite avanti, in modo tale da ritrovarvi proprio sotto il taglio in diagonale del PEEP. A questa altezza attraversate, per poi fare un giro che costeggi perimetralmente la “città turrita”: andate su Via Rodolfo Valentino [2] e poi girate per Via Gilberto Govi. Ritornerete così su Via delle Vigne Nuove e poco dopo incontrerete la “torretta”, una torretta idraulica realizzata nel 1889 per la misurazione della pressione dell’acqua (acquedotto Marcio, anticamente detto “Acqua Marcia”). La presenza di un acquedotto ha fatto sì che sin dai tempi dell’antica Roma in questa zona vi fossero diverse ville (ed è facile imbattersi ancora oggi nei loro reperti, come, per esempio, per la vicina Villa di Faonte, dal nome di un liberto dell’imperatore Nerone, che proprio in questo luogo pare sia venuto a nascondersi e poi morire). All’altezza di Via Limbara cambiate lato della strada, per giungere tanto alla fine del “casermone” (ripensate a quanto è lungo!), quanto all’inizio di Largo Fratelli Lumière. Sulla dx troviamo delle panchine di marmo abbandonate: il traffico ha ormai reso impossibile pensare a questo punto come un’area di incontro e di scambio di chiacchere di quartiere. Proseguendo, poco più avanti è da oltrepassare il Viadotto Gronchi [3], una delle vie che caratterizzano il cosiddetto Viadotto dei Presidenti (della Repubblica): si tratta di un viadotto che prevedeva una linea di collegamento di superficie (un tram) che però non è mai stata realizzata, e che oggi è solo sede di degrado e totalmente abbandonata. Sul lato dx si possono ancora intravedere il tracciato di base per la linea del tram, mentre sul lato sx, al centro dello slargo, i passaggi pedonali e le scale che sarebbero dovuti servire per scendere giù e prendere la linea pubblica. Ultimamente si sta pensando di realizzare al suo posto una Green Line, un progetto di linea verde di collegamento (pista ciclabile con aree verdi attrezzate) tra Municipi che risultano mal collegati tra di loro. Vedremo se a un’opera non realizzata si riuscirà davvero a rispondere con un progetto di mobilità sostenibile alternativa! Nel porci queste domande, il sentiero è ormai giunto al termine. Il suo punto di arrivo – in Largo Fratelli Lumière [A] – si affaccia, però, su un progetto di riqualificazione del quartiere che è stato realmente realizzato, grazie all’azione congiunta di spinte dal basso (associazionismo) e raccolta delle proposte da parte dell’amministrazione e dai servizi del territorio, in particolare dal Servizio Disabili Adulti della Asl del Municipio: un vecchio casale abbandonato e luogo di degrado, anche sociale ‒ uno dei tanti casali che è possibile ritrovare ancora oggi in questa zona delle “vigne nuove” ‒ che è stato all’inizio di questo secolo ristrutturato ed adibito a Comunità Alloggio e Centro Diurno per persone con disabilità. La parte più bella di questa storia di recupero, però, è che negli ultimi anni il Centro Diurno Lumière – chiamato da chi lo frequenta “il Casaletto” – è diventato via via un punto di incontro per gli abitanti del quartiere, riprendendo, tra le tante, vecchie idee del Comitato di quartiere di zona (un cineforum estivo), coinvolgendo le persone più anziane in laboratori del pane, facendovi svolgere una volta al mese un mercato di oggetti e anticaglie varie, allestendo un giardino curato con piante e fiori particolari. Ed è proprio in questo punto verde ‒ in questa sorta di oasi in mezzo al traffico e al suo rumore ‒ che simbolicamente abbiamo deciso di interrompere il nostro sentiero.
Sentiero 4 “Verso Porta di Roma” (gli anni ’70 – ’80)
LUNGHEZZA 2, 5 km
DURATA circa 1 ora e 15 min.
ACCESSIBILITA’ insufficiente
Il sentiero #4 è pensato come un’incursione che si snoda tra l’immaginario della campagna urbana tipica dell’agro romano e il disegno di un nuovo modello di urbe contemporanea. Si parte da uno spiazzo in Largo Fratelli Lumière, uno dei pochi punti di incontro di zona, con panchine e qualche albero, situato lungo l’importante asse di Via di Vigne Nuove: quasi nascosto, ben rappresenta la differenza dall’impostazione che abbiamo visto nel sentiero #1, con la realizzazione della Città Giardino. Il senso della piazza, non come incrocio di strade, ma come luogo di incontro e di scambio tra persone, accerchiato dai servizi pubblici, servizi e negozi, sembra completamente perso. La dimensione umana è sovrastata dall’ampiezza della dimensione abitativa, tutto è drasticamente dilatato e le distanze tra un punto e l’altro sono radicali. Da qui, decidere di passare dall’altra parte della strada, più che dispersivo risulta impegnativo: bisogna individuare un punto preciso di attraversamento e le indicazioni nello spazio, i punti visivi di riferimento, quasi si perdono, tutti molto simili tra loro, poco particolari e significativi. Per comprendere a livello urbanistico il modo in cui si sviluppano le abitazioni non ha più senso ragionare, come si è fatto finora, secondo una dimensione verticale, ma porsi piuttosto secondo un’orizzontalità della visione d’insieme: c’è bisogno di una pianta, un punto di vista aereo, per cogliere appieno il disegno urbanistico e il suo senso spaziale, per quanto si allungano, e si perdono allo sguardo, le dimensioni dei palazzi. Il piano di zona n°6, denominato Val Melaina, è della fine degli anni ’70 e ha come caratteristica una serie di “moduli” a corti quadrate, all’interno delle quali stupisce l’inaspettata presenza di verde, a volte ben curato, ma non sempre. Data la maggiore ampiezza (o meglio, lunghezza) di questi palazzi, e anche la loro monotonia architettonica, il sentiero sarà più un percorrere la via lasciandosi accanto questi “palazzoni”, per poi giungere, verso la fine, alla parte più curiosa del percorso: lasceremo l’abitato ed entreremo in campi e terreni che oggi ci possono dare l’idea di come era la città di Roma negli anni in cui fu sottoposta al boom edilizio. Costruzioni appena finite e lotti su cui ancora devono iniziare i lavori, strade ampie e in alcuni punti non ancora percorribili. Un senso di cambiamento in atto, una serie di contraddizioni evidenti (piste ciclabili alternate a strade con pochi mezzi di trasporto pubblici su gomma, e quindi già piene di traffico; cartelloni di appartamenti sempre in vendita e negozi che con il nuovo centro commerciale sono costretti a chiudere). Difficile fare ragionamenti obiettivi sul presente. La scelta di chiudere questo percorso nel modo meno urbano possibile, come un vero e proprio trekking, vuole provare a rispondere a queste contraddizioni, non tanto attraverso le parole, quanto con la scelta stessa del camminare, per provare a riscoprire il senso dell’abitare e dell’essere cittadini, letteralmente a “passo d’uomo”. Il sentiero #4 inizia da uno spiazzo quasi nascosto, situato a Largo Fratelli Lumière [P], angolo via Antonio Pietrangeli. Guardando Via delle Vigne Nuove, dirigiamoci verso il semaforo sulla sx e attraversiamo. Prendiamo sul lato sx una rampa parallela al Viadotto Gronchi per raggiungere così Via Teresa Boetti Valvassura. Andiamo sulla dx e poi giriamo per via Giulio Pasquati. Di nuovo, giriamo a dx per via Sergio Tofano. L’aria che si respira qui è un po’ di abbandono, di degrado. Il verde è nascosto all’interno dei cortili, quasi una questione privata e poco socializzante. Lungo le strade si incontrano pochissimi negozi: ci sono solo un bar e una palestra all’angolo, mentre lungo la stradina privata che fa angolo con loro tutti gli esercizi commerciali hanno chiuso. “Noi lo chiamiamo il Bronx” ci dice una persona che abita da queste parti. Proseguiamo passando sotto un collegamento di un lungo palazzone per entrare in Via Gino Cervi per poi andare verso sx. All’altezza di un parcheggio (sul lato sx), giriamo a dx per entrare dentro un parchetto che costeggia la fine di via Gino Cervi [1]. Da qui possiamo notare almeno due cose: una è che sulla dx si intravedono dei casali, che con un po’ di sforzo ci aiutano a immaginare l’agro romano che ancora resisteva fino a quarant’anni fa. Oggi, invece, lo sfondo è ben rappresentato dai palazzoni stile “Lego” che troviamo sul lato opposto ai casali. L’altro aspetto da notare è una inaspettata pista ciclabile, che incuriosisce per il suo collocamento, ma dà l’idea purtroppo di un progetto incompiuto, oltre che un po’ abbandonato. Seguiamo la pista e, arrivati a incrociare Via Amalia Bettini, proseguiamo dritti, continuando ad addentrarci per il parco. Da qui in avanti teniamo il percorso sempre sulla destra. A un certo punto, dopo una breve salita, incrociamo sulla destra un altro casale, vicino al quale il primo nucleo di residenti, negli anni ’80, ha realizzato un orto urbano [2], ancora oggi curato e ben sistemato. Il cammino ora prosegue direttamente nei campi: siamo nel cosiddetto “Parco delle Sabine” [3], anche se, dove ci troviamo, più che in un parco, sembra di essere in una pasoliniana passeggiata agro-urbana, ai film degli anni ’50, dove la dimensione incolta è ancora ampia e solo a distanza si intravede la cultura urbana delle imminenti e imponenti costruzioni. Al primo incrocio giriamo a destra: qui il nostro percorso diventa sempre più trekking e sempre meno urbano. Attraversiamo in silenzio il tracciato battuto: per quanto tempo resterà ancora così, visto che poco più avanti si vedono lotti recintati da lamiere e pronti ad essere costruiti? Siamo ormai giunti al nostro punto di arrivo. Una palma un po’ desolata, che tuttavia ha una vista a 360 gradi: un “belvedere” che lascia perplessi e spaesati. Di fronte a noi c’è il Centro Commerciale Porta di Roma [A] (2007), la cosiddetta nuova centralità urbana, un nuovo modo di intendere l’abitare, in un’area in cui si è incominciato a costruire dalla fine degli anni ’90, con palazzi residenziali che si sono sviluppati attorno all’unico luogo destinato ai servizi commerciali. Le riflessioni rispetto a queste nuove modalità dell’abitare e del concepire gli spazi urbani sono diametralmente opposte tra di loro: c’è chi è fortemente contrario all’idea di avere come punto di riferimento urbanistico, e quindi sociale e culturale, un centro commerciale, soprattutto se questi ingloba tutte le attività del territorio e tende a far sparire le micro-attività e i negozi di quartiere. Al contrario c’è chi vede in questi spazi l’unica possibilità di socializzazione, soprattutto per chi non può o non vuole attraversare il resto della città per poter fruire di un cinema, di un grande magazzino o comunque di un minimo di spazio dove poter stare assieme. Forse, viene da pensare, il problema non è il grande centro commerciale in sé, quanto il fatto che nel mezzo non vi sia nulla, non siano state pensate altre possibilità di offerta culturale e sociale, non vi siano mezzi pubblici adeguati che diano modo di pensare a questa zona sì, come una nuova centralità, ma non completamente distaccata dal resto della città. Nel raccogliere e mettere assieme queste considerazioni da fine percorso, un flusso ininterrotto di macchine intanto scorre sotto e accanto a noi, ma da qui, da questa palma desolata e dal suo punto di vista, almeno si riesce ancora a scorgere il Monte Gennaro!
Il percorso che segue ci è stato mandato dai ragazzi del progetto TUR – TREKKING URBANO ROMANO, che, come si legge sul sito, “prevede la costruzione di una serie di percorsi dai diversi focus tematici: storico-urbanistici, della memoria e naturalistici”. Il progetto dimostra come una semplice escursione urbana possa essere ricca di suggestioni, approfondimenti e punti di interesse. La dettagliatissima descrizione che ci hanno mandato è testimonianza di un lavoro puntuale e appassionato. Non esitate a visitare il sito per tutti…
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